sabato 13 maggio 2017

A GIOGIO', IL GIGANTE BUONO DI TORRE ANNUNZIATA.

Non era una persona qualunque, Giovanni Palumbo, Giogiò per tutti.

Giovanni Palumbo, Giogiò, Foto/copertina "Lo Strillone", Feb. 1995 

 
Fisico statuario, passo atletico, faccia da bravo ragazzo, nonostante i baffoni infoltiti dall'enorme barba e quei lunghi riccioloni, che ballavano a ritmo cadenzato con la sua marcia veloce e inarrestabile.

Lo conoscevano tutti a Torre Annunziata.

Lo vedevo passare, spesso nel tardi pomeriggio, mentre aspettavo i miei amici proprio di fronte al Metropolitan per trascorrere quelle solite serate tra ragazzi. 

All'improvviso, arrivava questo ragazzo di corsa, ma di una corsa bella, limpida, quasi ritmica, passando tra mille ostacoli, con semplicità e naturalezza, come se fosse completamente solo su quella strada.

Lui andava, sembrava volare sulla corsia di una pista di atletica, una vera pista, quella che non è mai esistita in questa città.

Tutti, ma proprio tutti, avevano uno sguardo, un pensiero, una parola detta al volo, da sussurrargli, sperando forse di rubare un briciolo di passione, di forza, che sprigionava dall'animo di quel meraviglioso ragazzo.
 
 Aveva cinque anni piu' di me, lo guardavo con un mezzo sorriso per l'inusualità della scena, ma con tanta ammirazione per l'energia positiva che riusciva a trasmettere. Lui, con quel pantaloncino corto  bianco e la canottiera, scarpe di atletica, e vai... Avevo un pizzico di invidia. 

Per tanti di noi, era un mito. 

Chissà se lo sapeva...

Non ho avuto mai occasione di conoscerlo, di scambiare una frase, un saluto.

Sempre di corsa, lui, sempre troppo avanti per me...   


Erano gli anni ottanta, quegli anni in cui criminali e politici hanno infangato il nome di Torre Annunziata.

Giogiò era il volto pulito di Torre. 

Corsa, ciclismo, istruttore di body building nella palestra che rivoluzionò il modo di fare sport nella testa e nel fisico dei torresi, l'Athletic Phisical Club.

E poi, la canoa.

Non c'erano stagioni che potessero impedirgli di  praticarla.

Appena poteva, era lì, in mare, nelle nostre acque, davanti ai "suoi" scogli, rassicuranti e protettivi da quelle onde, che, nonostante ciò,  tante disgrazie e tante lacrime hanno fatto versare a questa città.

Il 24 gennaio del 1995, il destino non volle sentire ragioni.

Il tratto di mare davanti al Santa Lucia  aveva bisogno della potenza, dell'energia, del vigore fisico di quel giovane speciale, una vera forza della natura, il "gigante buono".

Spiaggia di Torre Annunziata, luogo della disgrazia. "Lo Strillone", Feb. 1995


Il suo compagno di escursione, dopo che si era rovescita la canoa,  riuscì a salvarsi grazie alla corda lanciatagli da Giogiò.

Mentre l'amico, faticosamente e miracolosamente, ritornava sugli scogli, un'altra onda maledetta fece rovesciare Giogiò nelle gelide acque.

Tutto successe in un minuto.  

Passarono diversi giorni prima che il suo corpo fosse ritrovato e restituito dall'infamo mare ai suoi familiari.
Distrutto papà Umberto, titolare del "Bar Palumbo".

Al funerale parteciparono diverse migliaia di amici, conoscenti, gente comune.

Tante persone che, conoscendolo appena,  avevano avuto la fortuna di beneficiare, anche se solo per qualche istante,  dell'energia positiva di Giogiò durante un suo passaggio di corsa.   

Aveva solo 35 anni.  

" Lo Strillone", dal quale ho riletto i particolari del tragico epilogo dal racconto di Luisa Esposito, ho tratto questa dedica che desidero  pubblicarla integralmente:


 "A Giogiò.

Baciasti la fronte all'amore
come la madre accarezza
e bacia il suo piccolo
gridasti nella notte buia
il tuo amore, ma fu ascoltato 
solo dal vento.
Accarezzasti l'amicizia sincera
ma spesso fu solo disprezzata.
Sognasti un giorno acerbo
di salire sul podio, ma la
vita è aspra e crudele
e così spesso
conversando mi dicevi:
"godiamoci la vita", essa scorre
via rapida e l'età che segue
non è bella come quella di un tempo.
E spesso della "morte":
un giorno giaceremo nella
fredda terra e forse a 
riscaldarci saranno
le nostre promesse.
Troppo generoso il tuo cuore 
e assai sleale fu il tempestoso mare;
stremato gli sussurrasti:
fa presto, che aspetti, ho
troppo freddo nel cuore."
 

 

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