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Il Comm. Michele Pinto e signora. |
Medaglie e patacche.
È facile vedere se
una medaglia è d’oro oppur di princisbecco, ma se quella medaglia è definita
“d’oro” nel senso che attesta un merito la cosa un po’ si complica. Forse ogni
medaglia nasce patacca e diventa veramente d’oro, come nelle “favole
alchemiche”, solo se viene appuntata sul petto giusto, un petto che nutra sentimenti
di onestà, di generosità e di onore. E penso alle tante patacche di cui si
fregiano tanti “onorevoli”, degni rappresentanti di una politica sempre più
puttana.
Per fortuna non è
sempre così: nei giorni scorsi il nostro Presidente Mattarella ha conferito
venticinque attestati d’onore di “ALFIERI DELLA REPUBBLICA” a giovani di età
compresa fra i nove ed i diciannove anni.
Le varie motivazioni
vanno dal volontariato alle opere di ingegno, dalla passione per il territorio
a luminosi gesti d’amore per il prossimo.
La più piccola, una
bambina bolognese di nove anni, ha sacrificato i suoi lunghi capelli per la
confezione di parrucche destinate ai ragazzi resi calvi dalle chemioterapie. Che
Dio ti benedica piccola, e ti conservi buona come adesso. E che venga sempre
reso onore al merito. Questi esempi sono importanti perché contribuiscono ad alimentare
la cultura del bene e contrastare l’egoismo e l’indolenza. Anche se l’animo
nobile di queste belle persone spesso li spinge ad una modestia eccessiva, una
sorta di pudore, che li porta quasi a nascondere questi riconoscimenti.
Come nel caso di
Michele Pinto, nostro concittadino, al quale nel 2018
è stata conferita l’onorificenza
di Commendatore dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, per la sua
attività imprenditoriale a capo di una azienda che da decenni ha portato, e
continua a portare, preziosi posti di lavoro in un territorio difficile come il
nostro. A maggior merito del neo Commendatore, va pure detto che la sua azienda
è nata con lui, non l’ha ereditata da nessuno. L’unica dote, non da poco, che
il padre gli ha lasciato è stata la naturale propensione per il lavoro. Vincenzo
Pinto, infatti, nella sua vita di lavori ne ha fatti tanti e non certo leggeri:
ha zappato e coltivato la terra quando per concime si usava e si commerciava anche
sterco umano, ha macinato chilometri tirando carretti per vendere frutta e
ortaggi, ha scavato fondazioni con pala e piccone durante gli anni della
ricostruzione, è emigrato in Germania dove era già stato ospite di un campo di
concentramento e, buon ultimo, è stato spazzino alle dipendenze del Comune di Torre Annunziata.
Ha svolto il suo
servizio per anni a piazza Ernesto Cesàro, quella che i torresi chiamano Santa
Teresa. In questa piazza, poi, all’angolo con via Cipresso, Vincenzo Pinto aprì
un negozio di fruttivendolo, diventando una presenza fissa della cartolina della
piazza assieme ai cocchieri delle carrozzelle, ai monaci francescani, al
monumento ai Caduti e al Bar Stella. Il negozio di frutta e verdura è ancora
oggi gestito dal figlio Peppino, uno dei suoi numerosi figli. E quando dico
numerosi non esagero, perché Vincenzo Pinto di figli ne ha avuti la bellezza di
quattordici, di cui Michele, il Commendatore, è il primogenito. Questa, per
Michele, è stata la sua fortuna perché, oltre ad essere il figlio più grande, é
stato per anni l’unico maschio, essendo nate dopo di lui ben tre sorelle. Per
questi motivi, e conservando la sua famiglia uno stampo piuttosto antico, per
una sorta di diritto di “maggiorascato”, gli è toccato in sorte il ruolo di
“guaglione ‘e papà”. Grande onore, ma anche sacrifici. Sacrifici che magari a
Michele Pinto non sono mai apparsi tali come, ad esempio, le levatacce per
andare ai mercati generali per rifornirsi di frutta e aiutare il padre a tirare
il carretto, o spingendolo sulle salite (vutta’ arete). Ma il padre lo ha
abituato a credere che tutto questo è naturale e il Commendatore, ancora oggi,
si alza senza sforzo alle quattro del mattino. Giusto per imitare il padre, potere
dell’emulazione, anche lui di mestieri ne ha fatti tanti. Ha scavato metri e
metri di solchi nelle pareti che dovevano ospitare fili elettrici sottotraccia,
ha consegnato bombole di gas in sella ad una bicicletta, ha imparato a riparare
piccoli elettrodomestici, è stato aiuto proiezionista al cinema Politeama.
Insomma cento mestieri, come Razzullo nella Cantata dei Pastori. Ah e poi,
dimenticavo, proprio come Razzullo, d’estate si è improvvisato anche barcaiolo.
Tanta voglia di lavorare ha trovato terreno fertile nel periodo giusto: i
Favolosi Anni Sessanta. C’erano sempre più televisori ed antenne da installare,
cucine con forni elettrici, impianti vecchi da adeguare alle nuove esigenze. E
il Commenda ha saputo tenere il passo coi tempi. Intanto ha seguito un corso di
radiotecnico per corrispondenza con l’allora mitica Scuola Radio Elettra, che
gli è tornato utile per lavorare proficuamente nel settore delle riparazioni di
un numero sempre crescente di televisori, giradischi, registratori, radioline a
transistor e via crescendo. Ormai giovanottello, fece un notevole salto di
qualità: fu assunto come commesso da Vincenzo Tufano, conosciuto anche come “Vicienz
sapone”, nel negozio di fresca apertura, per vendere ricambi per radiotecnici,
cui poco dopo vennero ad aggiungersi anche i dischi. Per la gente era diventato
“‘o giovene ‘e Tufano” e anche lui faceva parte dei personaggi della cartolina
di piazza Santa Teresa, vivendo la sua giovane età in quel negozio ubicato sul
marciapiedi opposto a quello del padre. Fu in quel periodo che ebbe la fortuna
di conoscere la ragazza che è poi diventata sua moglie e alla quale, a mio
modesto avviso, il Commendatore deve molto di quello che è riuscito a
realizzare. Eh sì, la vita è l’Arte dell’incontro. Particolare curioso, la
ragazza abitava proprio sopra al negozio: come dire “casa e puteca”.
La collaborazione
con Tufano fu duratura e solida, tanto da consentirgli anche di metter su
famiglia. E forse sarebbe stata quella la sistemazione definitiva, se non fosse
stato per la solita “Buona Stella” che gli procurò altri incontri fortunati. Da
quegli incontri è nata l’attività imprenditoriale, quella definitiva che dura
ormai da quasi cinquant’anni. Gli inizi furono microscopici disponendo, lui e
altri due amici soci, di risorse scarsissime. Poi uno o due collaboratori, arruolati
nella propria famiglia. Le prime consegne, l’emozione dei primi guadagni,
seguite presto da qualche insuccesso. Qualche incremento, primi sviluppi con
nuove assunzioni, vento in poppa, ed ecco le prime onde di traverso
rappresentate da disaccordi coi soci. Divisioni, navigazioni in solitario,
nuovi soci e la travagliata costruzione della nuova fabbrica. Tutto vivendo sempre ed esclusivamente per
l’azienda e nell’azienda, dando lavoro a decine di persone, anche più di
sessanta in fabbrica più gli artigiani esterni, affezionandosi a loro e
soffrendo quando gli eventi costringevano a riduzioni di personale. Ha spesso
lavorato materialmente al fianco dei suoi operai, condividendo sovente con loro
occasioni di convivialità e di festa; ma anche momenti di crisi come, ad esempio,
il terremoto del 1980. Nel post terremoto, per l’appunto, e più precisamente
nel triennio 1981-1984, ci fu anche la parentesi sociopolitica che lo vide
segretario della sezione torrese del Partito Repubblicano. Fu in questo periodo
che conobbe il compianto Giancarlo Siani, di cui conserva un bel ricordo, ed un
folto gruppo di amici imprenditori, fra i quali Franco Spera e Stefano Acciaio,
con i quali fondò Assoimprese. Questa associazione riuscì ad aggregare una
ventina di aziende che avevano il comune progetto di utilizzare le aree
dismesse del territorio. Purtroppo il progetto non fu condiviso dalla politica
di allora, ancora una volta incapace e dedita al malaffare. Deluso e
amareggiato, decise di abbandonare la politica e, novello Cincinnato, se ne
tornò a coltivare il suo campicello.
Da allora, fra
scommesse vinte ed altre perse, fra scelte indovinate e inevitabili
sciocchezze, attraversando crisi insidiose, la creatura di Michele Pinto è
ancora orgogliosamente in piedi e si avvia verso il mezzo secolo di vita. Certo
oggi non è più solo al timone della nave. Già da tempo tre dei suoi quattro
figli lo affiancano nella conduzione dell’attività.
Questa, riassunta in
poco più di un migliaio di parole, la vita lavorativa di Michele Pinto, al
quale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito
l’Onorificenza di Commendatore dell’Ordine “AL MERITO DELLA REPUBBLICA
ITALIANA”.
Giungano al neo
Commendatore le nostre congratulazioni e la nostra gratitudine per la sua
testimonianza di laboriosità del popolo torrese e, ancora, per aver contribuito
a creare preziosi posti di lavoro in un territorio difficile come è il nostro.
*Grazie di cuore a Pasquale Cirillo*
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