sabato 28 febbraio 2026

Lo Spolettificio che si spegne e la memoria dei nostri avi



La prospettiva di vedere chiudere lo Spolettificio di Torre Annunziata, per me, non è un semplice fatto amministrativo o industriale: è come assistere allo spegnersi di un luogo che ha custodito, per secoli, una parte essenziale della storia della mia famiglia e della città. Dietro quei muri non vedo soltanto reparti, capannoni e procedure, ma i volti e i percorsi di chi è arrivato qui da molto lontano per costruire, letteralmente, la nostra identità produttiva.

Nel Settecento, quando a Torre Annunziata nasce la Real Fabbrica d’Armi, il Regno richiama tecnici specializzati dal Belgio per mettere in funzione i macchinari acquistati oltreconfine. Tra loro c’è Diodato Levech, che lascia la Vallonia insieme alla moglie Anna Teresa e ai figli Tosanto, Errico Tossano e Francesco, trasferendo definitivamente la famiglia in questa città affacciata sul golfo. Quel gesto, abbandonare Olny, un piccolo paese tra Liegi e Verviers per puntare su una fabbrica nel Mezzogiorno, dice quanto fosse forte la fiducia riposta nella capacità di Torre Annunziata di diventare un centro moderno di produzione e lavoro.

Nel frattempo, nell’entroterra salernitano, il cognome Papa si lega alla lavorazione del ferro e alle manifatture che riforniscono proprio la Fabbrica d’Armi torrese. A Palazzo Barra di Lancusi, la Real Manifattura dei Piastrinari produce meccanismi e componenti metallici per i fucili, e diversi membri della mia famiglia diventano maestri in questo settore, affinando un sapere tecnico riconosciuto e richiesto.

Da quella tradizione nasce Antonio Michele Francesco Tommaso Papa, che nel 1818 arriva a Torre Annunziata come artefice armiere, chiamato per mettere a frutto le competenze acquisite e per formare nuovi addetti in uno stabilimento in piena attività. Con lui, un pezzo di storia di Lancusi e Fisciano si sposta sul mare, dentro gli spazi che oggi rischiano di essere svuotati di significato.

La svolta che unisce definitivamente queste due storie è l’8 aprile 1820, quando Antonio Papa sposa Maria Luigia Levech nella chiesa dello Spirito Santo, a pochi passi dagli insediamenti militari e industriali della città. In quell’unione si incontrano la migrazione specializzata dal Belgio e la tradizione meridionale della lavorazione dei metalli, due mondi diversi che trovano nella Fabbrica d’Armi il loro punto di contatto più concreto.

Da quel matrimonio nasceranno le generazioni successive dei Papa di Torre Annunziata, fino a mio nonno, a mio padre e a me: ogni passaggio conserva il ricordo di una famiglia che, per oltre due secoli, ha riconosciuto in quel complesso produttivo un riferimento non solo economico, ma anche affettivo e culturale.

Oggi, di fronte all’ipotesi che lo Spolettificio venga messo da parte, mi sento come se mi stessero togliendo un pezzo di casa, prima ancora che un pezzo di città. Non è solo questione di reparti che si fermano o di funzioni che si spostano altrove, ma di un vuoto che rischia di aprirsi proprio dove, per secoli, hanno lavorato persone venute dal Belgio, dal salernitano e da tanti altri luoghi del mondo  per contribuire allo sviluppo di Torre Annunziata.

Mi interrogo su quale uso verrà fatto di quegli spazi, su quali attività potranno restituire dignità e futuro a un’area che ha visto nascere la mia storia familiare e quella di migliaia di lavoratori. 

Vorrei che, qualunque decisione venga presa, partisse proprio da qui: dal riconoscimento che lo Spolettificio non è mai stato solo un impianto militare, ma un laboratorio di vite, competenze e legami, nel quale i miei avi – da Diodato Levech ad Antonio Papa – hanno trovato il senso del loro cammino e hanno contribuito a definire quello di Torre Annunziata.

martedì 10 febbraio 2026

LUIGI CASALE: LA TORRE CHE PORTAVA DENTRO




      *Foto inviatami da Alfonso Santarpia e recuperata dal profilo Fb di Luigi Casale.



Ci sono persone che non hanno bisogno di monumenti per essere ricordate. Basta ascoltare la loro voce, leggere le loro parole, seguire i loro ricordi. 

Luigi Casale ci ha lasciato.

Luigi era uno di questi uomini rari: discreti, profondi, capaci di trasformare la memoria in un gesto di cultura e di affetto. Nei suoi scritti, Torre Annunziata non era mai solo un luogo: era un respiro, un ritmo, un modo di stare al mondo.

Quando raccontava l’esame di quinta ginnasio, non parlava soltanto di un banco, di un tema, di una prova. Parlava di una finestra che si apriva sul mare di Sorrento, del volo delle rondini che tagliavano il cielo come un presagio, della luce che si fondeva con l’orizzonte, della fantasia che correva più veloce della penna. Diceva che lì, in quel quadrato di cielo, era iniziata la sua seconda vita. Prima c’era il ragazzo che correva tra Pompei e Torre, dopo c’era l’uomo che avrebbe attraversato città, lavori, dolori e rinascite.

Eppure, accanto ai ricordi luminosi, Luigi non nascondeva le ombre. Raccontava la pioggia battente di un giorno d’estate, il rimorso che gli pesava addosso come un macigno, la bocciatura che gli sembrava un destino irreparabile. Poi la morte improvvisa del fratellino Filippo, che gettò la famiglia in un silenzio cupo. E infine, come un varco inatteso, il seminario di Pompei, che lui definiva un miracolo della Provvidenza, un luogo dove la vita ricominciò a scorrere in un’altra direzione.

Quando parlava di suo padre, Luigi non descriveva mai solo un uomo: raccontava un mondo. Gennaro Casale, orologiaio e meccanico, era uno di quei lavoratori che non si lamentavano mai, che affrontavano la vita con dignità e con un’intelligenza interiore che attirava perfino i giovani amici del figlio. Ricordava le visite, le conversazioni, il banchetto di lavoro portato in casa dopo la malattia, la forza silenziosa con cui suo padre continuava a riparare orologi come se ogni ticchettio fosse un modo per restare vivo. E poi quella fotografia, scoperta per caso: l’immagine del padre giovane, appesa per anni nella scuola professionale “Galileo Galilei”, proprio all’angolo tra via Vesuvio e corso Umberto, come esempio di competenza e dedizione. Una foto che molti torresi ricordano ancora, senza sapere che quel ragazzo serio e compiaciuto era proprio lui.

Luigi aveva un talento raro: trasformare un dettaglio in un racconto. Un albero incontrato sull’isola di San Giulio, un frutto raccolto da terra, una finestra ostruita dai rami nel cortile di Pompei diventavano l’occasione per un viaggio attraverso luoghi, ricordi, lingue, stagioni della vita. Così scoprì la Paulownia tomentosa, e da quella scoperta costruì una riflessione sul linguaggio, sulla conoscenza, sulla responsabilità dell’uomo nel dare un nome alle cose. Per lui la cultura nasceva sempre dall’esperienza, mai dall’astrazione.

Ma il cuore della sua memoria era Torre Annunziata. Quando parlava di via Vesuvio, sembrava di vederla: la strada che sale verso Trecase, le case basse, i portoni sempre aperti, le famiglie che si chiamavano da un balcone all’altro. I Magro, gli Esposito, i Lombardi, i Navigante, i Casale, i De Felice, e poi i Cirillo, i Caso, i Farro, i Ciniglio, i Tufano, i Salvi, gli Sperandeo, gli Sfera, i Langella. Una geografia affettiva che oggi sopravvive quasi solo nei ricordi, ma che nelle sue parole torna a respirare. Raccontava di Villa Rosa, la casa dello zio parroco Salvatore Magro, proprio accanto al passaggio a livello, e si chiedeva se sulle colonne del cancello ci fossero ancora le due targhette di marmo con il nome. Ricordava le feste di agosto, quando tra Alfonso, Domenico, Marianeve, Salvatore, Gaetano, Filomena, Assunta, Elena, Patrizia, Rosa e Agostino non passava giorno senza che qualcuno bussasse alla porta per portare un augurio o un dolce.

E poi c’erano i luoghi della Torre che lui aveva vissuto davvero: Il corso, dove la città sembrava incontrarsi senza appuntamento; l’ex Piazza dei Comizi, oggi Piazza Ernesto Cesaro, cuore civile e popolare della Torre di un tempo; il Lido Azzurro, dove negli anni Sessanta e Settanta le estati profumavano di sale e di granite al limone; via Gino Alfani, con i negozi che conservavano sempre lo stesso odore del mare qualsiasi prodotto stessero vendendo; il mercato del pesce, con le voci dei venditori che si sovrapponevano come una musica antica; la chiesa del Carmine, dove ogni famiglia aveva una storia da raccontare, un ricordo da custodire, una promessa da mantenere.

Eppure, una parte importante della sua vita si svolse lontano da Torre: prima Verona, poi Roma, poi soprattutto Bressanone, la città dove aveva insegnato, dove aveva cresciuto i figli, dove aveva vissuto accanto a Patrizia, e dove era tornato definitivamente dopo la sua morte. Parlava spesso di quella città con un affetto quieto, come si parla di un luogo che non si è scelto ma che alla fine ti sceglie. In una delle nostre conversazioni, con quella gentilezza che gli era naturale, mi scrisse che se un giorno fossi passato da quelle parti mi avrebbe ospitato volentieri per qualche giorno. Lo disse senza enfasi, come si dicono le cose vere: con semplicità, con misura, con un sorriso che si intuiva tra le righe. Era il suo modo di essere: discreto, accogliente, profondamente umano.

In tutto questo, c’era sempre lei: Patrizia. La moglie, la compagna di una vita, la madre dei suoi figli. Nei suoi scritti, Patrizia non appare mai in modo plateale, ma è ovunque: nella voce che legge Rodari ai bambini, nella mano che raccoglie un frutto sull’isola di San Giulio, nello sguardo che riconosce un albero prima ancora di lui, nella presenza silenziosa che accompagna ogni trasferimento, ogni scelta, ogni nostalgia. Quando Luigi racconta il ritorno a Bressanone dopo la sua morte, lo fa con una delicatezza che non ha bisogno di spiegazioni: si sente che quella perdita gli ha cambiato il passo, ma non gli ha tolto la luce.

Nelle conversazioni che abbiamo condiviso negli anni, Luigi era sempre così: gentile, misurato, ironico, colto senza ostentazione. Quando gli chiedevo se potevo pubblicare qualcosa, rispondeva: “Muoviti liberamente. Bastano rispetto e discrezione.” Quando gli parlavo di un ricordo, lui ne aggiungeva un altro, come se la memoria fosse un filo che non voleva spezzare. Quando gli dicevo che i suoi scritti erano preziosi, sorrideva tra le righe: “Ho in memoria i capitoli dell’Epistolario della gioia. Te li invio.”

Luigi Casale non è stato solo uno scrittore. 

È stato un ponte tra generazioni, un custode della memoria torrese, un uomo che ha saputo trasformare la vita — la sua, quella degli altri, quella della città — in racconto. 

Oggi, attraverso le sue parole, continua a parlarci. Continua a insegnarci a guardare, a ricordare, a nominare, a capire.

E soprattutto continua a ricordarci che la memoria non è nostalgia: è identità, è radice, è futuro.


Quando il cielo si tinse di lutto: Torre Annunziata ricorda i caduti di Cagliari

"Corriere dello sport " 1953, 18 febbraio Il 26 gennaio 1953 un aereo di linea decollato dall’aeroporto di Cagliari e diretto a Ro...