venerdì 27 marzo 2026

Quando il cielo si tinse di lutto: Torre Annunziata ricorda i caduti di Cagliari

"Corriere dello sport " 1953, 18 febbraio

Il 26 gennaio 1953 un aereo di linea decollato dall’aeroporto di Cagliari e diretto a Roma si schiantò pochi minuti dopo il decollo sulle alture di Sinnai, in Sardegna. Morirono tutte le persone a bordo, in una tragedia che colpì profondamente il Paese e il mondo sportivo, perché su quella rotta viaggiavano spesso squadre e arbitri diretti o di ritorno dalle trasferte con il Cagliari.

Tra le storie che emergono da quella giornata c’è quella del Fanfulla, squadra lombarda impegnata in campionato contro il Cagliari. La formazione lodigiana, per ragioni organizzative decise all’ultimo istante, cambiò volo e non salì sull’apparecchio poi precipitato: una scelta che salvò la vita a giocatori e tecnici, lasciando però un’ombra di dolore per le vittime che su quell’aereo persero la vita.

La notizia della sciagura e del coinvolgimento di dirigenti e addetti ai lavori legati al mondo calcistico fece presto il giro d’Italia, raggiungendo anche Torre Annunziata. 

Qui la sezione arbitri AIA “F. Santucci” decise di farsi promotrice di un momento pubblico di raccoglimento, per ricordare i caduti di Cagliari e testimoniare la vicinanza della città alle famiglie colpite.

Come documenta un trafiletto del “Corriere dello Sport”del 18 febbraio, fu organizzata una solenne cerimonia religiosa nella chiesa della Parrocchia dell’Immacolata, con una messa di Requiem celebrata alle ore 10 del giorno 26 febbraio, trigesimo della tragedia. 

L’AIA torrese invitò ufficialmente tutte le associazioni sportive cittadine e gli sportivi di Torre Annunziata, trasformando il rito in un vero gesto collettivo di memoria.

La risposta della cittadinanza fu imponente: arbitri, dirigenti, atleti, semplici cittadini riempirono la parrocchia, portando il lutto di Sinnai dentro il cuore della comunità oplontina. 

In anni in cui i viaggi per seguire una partita potevano trasformarsi, come in quel gennaio del 1953, in tragedia, gli associati torresi scelsero di non dimenticare. Con la loro iniziativa, diedero voce a un cordoglio nazionale e misero al centro il valore umano di chi, per passione sportiva, affrontava lunghi e talvolta rischiosi spostamenti.

venerdì 20 marzo 2026

Il biliardo torrese dal "Bigliardiere" al "Bar Stella"



A Torre Annunziata il biliardo fu molto più di un semplice passatempo: fu un pezzo di identità cittadina, come il profumo del mare o la voce dei venditori giù all'Annunziata. Già all'inizio del secolo scorso le bilie correvano sui panni verdi, accompagnando le giornate dei torresi tra chiacchiere, sfide e una sana rivalità.

Alcuni bar avevano almeno un tavolo a disposizione della clientela. Non era un servizio accessorio: il biliardo diventava il cuore del locale, il punto in cui ci si dava appuntamento dopo il lavoro o la domenica pomeriggio. Nei circoli ricreativi, accanto ai tavolini per le carte, non mancava mai il tavolo da biliardo, quasi un arredo obbligatorio per potersi definire “ritrovo” rispettabile.

Tra questi spiccava il Bar Stella in piazza Ernesto Cesàro, che per intere generazioni fu molto più di un bar: nel grande salone sul retro si organizzavano tornei, feste, serate di musica e chiacchiere, e il tavolo da biliardo era sempre occupato. Si entrava per un caffè, ma si finiva quasi sempre per “fare una partita” o per restare a guardare i più bravi all’opera, in quell’atmosfera luminosa che molti torresi ricordano ancora oggi come un piccolo salotto cittadino.

Oltre al Bar Stella esistevano altri luoghi dedicati quasi soltanto al gioco. Uno dei più antichi affondava le sue radici nella Torre di fine Ottocento, in via Dogana. In un vecchio palazzo – dove trovavano rifornimento i velieri e le grandi barche che arrivavano in porto dalle isole – il proprietario aveva messo in piedi una sala tutta dedicata al biliardo.

Il locale era conosciuto da tutti come “’o Bigliardiere”: prima ancora di diventare punto di approvvigionamento per le imbarcazioni, lì si battevano colpi di stecca e si consumavano sfide interminabili, già intorno al 1890.

La memoria cittadina conservò i nomi di chi negli anni Trenta, prendendo in mano la stecca, imponeva il silenzio tutt’intorno: tra i più abili si ricordavano Enrico Stingo  fioraio di Boscoreale  e il torrese Abele Spinelli, figlio di Giovanni "ù falegname", protagonisti di partite entrate nella leggenda dei frequentatori.

Col passare del tempo i tavoli si moltiplicarono. Nei bar e nei circoli si disputarono tornei di grande richiamo, organizzati più per mettere in mostra la bravura che per i premi in palio. Il fascino del gioco stava anche nell’eleganza del gesto. Le bilie d’avorio, colpite con lunghe stecche di legno, correvano sul panno con traiettorie studiate al millimetro per abbattere i birilli. Non era solo fortuna: servivano occhio, pazienza, allenamento.

A Torre il biliardo si pratica senza interruzioni da decenni ed è entrato nel lessico quotidiano e nei racconti di famiglia, proprio come altre passioni cittadine, come il Savoia e la Madonna della Neve.

martedì 3 marzo 2026

Balvano 3 marzo 1944 – Il ricordo




Torre Annunziata porta ancora dentro di sé una ferita che non si vede, ma che continua a parlare ogni volta che si pronuncia il nome di Balvano. Quella notte, in una galleria sperduta tra le montagne, si interruppe all’improvviso il viaggio di decine di nostri concittadini, partiti con poche lire in tasca e qualche speranza in più negli occhi. Non erano eroi, non erano personaggi illustri: erano padri, madri, figli, giovani operai e lavoratori che cercavano soltanto di tirare avanti in un tempo in cui la guerra dettava le regole della sopravvivenza quotidiana. 

Fra i tanti morti di quel treno, anche Torre Annunziata pagò il suo tributo di sangue. È giusto ridirli, quei nomi, perché appartengono alla nostra anagrafe affettiva: Avvisato Pasquale; Carotenuto Domenico; Cirillo Domenico; De Martino Nicola; Donadio Rosa; Gallo Francesco; Manzo Vincenzo; Pasquale Tommaso; Renis (Renise) Michele; Sperandeo Antonio. Dietro ognuno di loro c’era una casa, un cortile dove qualcuno li aspettava: mogli che contarono per giorni le voci in strada sperando in una smentita, bambini a cui venne spiegato all’improvviso cosa significa la parola “mancanza”, anziani costretti a sopravvivere al dolore dei figli perduti. A distanza di decenni, quelle lacrime non possono più essere asciugate, ma possono essere raccolte in un gesto semplice: ricordare. 

La sciagura di Balvano, spesso raccontata in termini di numeri e responsabilità tecniche, per noi è soprattutto un vuoto lasciato in città. Il treno 8017 non era un simbolo astratto: era il mezzo su cui salivano i torresi, insieme a tanti altri campani e lucani, per cercare cibo, lavoro, contatti, in un’Italia spezzata e affamata. La loro morte non avvenne su un campo di battaglia, e forse proprio per questo fu per lungo tempo considerata “minore”, quasi un incidente di contorno in anni già colmi di tragedie. Eppure, per chi rimase a Torre Annunziata, quel convoglio mai arrivato rappresentò uno spartiacque: da un lato la fatica quotidiana di arrangiarsi, dall’altro la consapevolezza che persino un viaggio di notte, su un treno di fortuna, poteva trasformarsi in una condanna definitiva.

Nel dopoguerra, la città dovette continuare a vivere, a ricostruire, a lavorare. Le fabbriche ripresero ritmo, le strade si riempirono di nuovo di rumori, il porto tornò ad animarsi. Ma nelle famiglie segnate da Balvano rimaneva una sedia vuota alla tavola, una foto incorniciata con un volto giovane, un nome pronunciato a mezza voce nelle ricorrenze. La memoria di questi nostri concittadini non passava dai manuali di storia, ma dal racconto sottovoce di qualche parente, da un mazzo di fiori portato al cimitero senza bisogno di spiegazioni. Così, mentre il Paese dimenticava, Torre Annunziata continuava a ricordare a modo suo, nelle case e nei ricordi privati.

Oggi, con l’aiuto di documenti più precisi e di ricerche pazienti, possiamo ricomporre meglio il quadro e restituire ai torresi del treno 8017 il posto che spetta loro nella storia della città. Non si tratta soltanto di un esercizio di archivio, ma di un gesto di giustizia verso chi non ebbe voce, verso chi fu liquidato in poche righe burocratiche o in elenchi freddi. Ricordarli significa anche interrogare il nostro presente: quante volte, davanti a una notizia di cronaca, ci abituiamo a parlare di “morti” senza domandarci quali vite ci siano dietro quelle cifre? Quante storie di povertà, di migrazione, di lavoro precario continuano a consumarsi lontano dai riflettori, ieri come oggi?

Questo spazio nasce proprio per opporsi all’oblio. Ogni 3 marzo, su queste pagine, la città può ritrovare i nomi dei suoi figli scomparsi in quella galleria. Non per indulgere nel dolore, ma per rinnovare un patto: Torre Annunziata non dimentica chi è partito e non ha fatto ritorno. Nel silenzio di questa ricorrenza, il pensiero corre alle dieci famiglie colpite e, insieme a loro, a tutte le famiglie torresi che nel corso del Novecento hanno conosciuto lutti improvvisi legati al lavoro, alla guerra, alla miseria. A loro dedichiamo questa giornata, con la speranza che la memoria condivisa diventi, per le nuove generazioni, non solo un ricordo triste, ma un invito a costruire una città più giusta, più consapevole e più attenta alla dignità di ogni vita spezzata. 

E anche per questo che chiediamo aiuto a chiunque possa fornire il suo ricordo su questa tremenda tragedia che possa onorare la memoria di chi rimase vittima innocente di quella notte.

lunedì 2 marzo 2026

Il Capitano gentiluomo: Oscar Cirillo



Oscar Cirillo venne alla luce a Torre Annunziata il 24 luglio 1906. 
Era figlio di Francesco Cirillo, chirurgo stimato all’ospedale cittadino, e di Anna Foglia Manzillo. In quella casa affacciata su una città operosa e orgogliosa, crebbe respirando due lezioni silenziose: la disciplina e il senso del dovere.

Il padre, uomo di bisturi e sangue freddo, era abituato a restituire vite alla speranza. Si racconta che, rientrando a casa dopo lunghe notti in corsia, trovasse il figlio con un pallone tra i piedi nel cortile, intento a ripetere lo stesso gesto tecnico decine di volte. Non lo rimproverava mai. Forse riconosceva in quella concentrazione ostinata la stessa dedizione che serviva in sala operatoria: precisione, misura, responsabilità.

Oscar divenne presto un ragazzo elegante nei modi e nei movimenti. Quando, il 2 marzo 1924, esordì con la maglia del Savoia contro la Stabia, davanti al suo pubblico, era poco più che un ragazzo. La vittoria per 2-0 fu il primo passo di un percorso che lo avrebbe legato per sempre ai colori biancoscudati.

Quello stesso anno il Savoia visse l’emozione della doppia finale contro il Genoa. Per un giovane torrese essere parte di quel momento significava toccare il vertice del calcio dell’epoca. Oscar imparò presto cosa volesse dire giocare sotto pressione, e lo fece senza perdere compostezza.

Centromediano di classe, era un interprete raffinato del ruolo. Non era l’uomo degli strappi furiosi o delle esuberanze atletiche; era, piuttosto, l’architetto silenzioso. Vedeva linee di passaggio dove altri scorgevano soltanto confusione. Dosava il pallone con equilibrio, come se ogni tocco fosse pensato per dare ordine al gioco. In campo sembrava muoversi con una naturalezza quasi aristocratica.

Negli anni difficili della crisi 1925-1926, quando molte certezze vacillavano, la sua figura divenne punto fermo nello spogliatoio. Tra personalità importanti, riuscì comunque a conquistare la fascia di capitano. Non per voce alta o imposizione, ma per autorevolezza. I compagni lo seguivano perché sapevano che non avrebbe mai chiesto ciò che lui per primo non fosse disposto a dare.

In totale indossò la maglia bianca per 79 partite, segnando una sola rete. Ma quel gol, arrivato il 20 marzo 1927 contro la Cavese in un sonoro 5-0, ebbe per i torresi il sapore dell’evento raro e prezioso. Non era un realizzatore, e proprio per questo quel sigillo al novantesimo fu accolto quasi come un premio alla fedeltà.

Le cronache dell’epoca lo descrivevano come un giocatore capace di accendere la squadra nei momenti migliori, alternando però prestazioni brillanti ad altre più opache, complice una tenuta atletica non sempre impeccabile. Anche questo lo rendeva umano, vicino alla gente. Non un eroe irraggiungibile, ma un talento con i suoi limiti, che compensava con intelligenza tattica.

Spesso convocato nella rappresentativa regionale, portava con sé l’orgoglio di Torre Annunziata. E ovunque andasse, conservava quell’atteggiamento composto che gli valse l’appellativo, rimasto nella memoria, di “signore del calcio”.

Il suo ultimo incontro da calciatore fu nel 1934, a Palmi. Poi, qualche anno più tardi, tornò in panchina nella stagione 1936/37, quando il vecchio Savoia aveva lasciato il posto alla neonata A.C. Torre Annunziata. Era un periodo difficile per il calcio torrese, ma lui non si sottrasse. Come suo padre in ospedale, interveniva quando c’era bisogno.

Nella vita professionale divenne funzionario dell’Enel, portando anche lì quella serietà che lo aveva contraddistinto in campo. Chi lo incontrava negli anni successivi lo ricordava con una figura ancora eretta, il passo misurato, lo sguardo vigile. L’età aveva forse addolcito i tratti, ma non aveva intaccato la dignità.

Quando nel marzo del 1977 la città seppe della sua scomparsa, non fu soltanto la morte di un ex calciatore. Fu l’addio a una bandiera. A un modo di intendere lo sport fatto di stile, correttezza e senso di appartenenza.

Le nuove generazioni forse non avevano visto le sue partite. Ma nella memoria collettiva restava l’immagine di un capitano che non aveva bisogno di gesti plateali per farsi ricordare. Bastavano un lancio calibrato, una postura elegante, una parola detta al momento giusto.

Come se, in fondo, avesse giocato tutta la vita nello stesso modo: con misura, eleganza e personalità.

Quando il cielo si tinse di lutto: Torre Annunziata ricorda i caduti di Cagliari

"Corriere dello sport " 1953, 18 febbraio Il 26 gennaio 1953 un aereo di linea decollato dall’aeroporto di Cagliari e diretto a Ro...