venerdì 27 marzo 2026

Quando il cielo si tinse di lutto: Torre Annunziata ricorda i caduti di Cagliari

"Corriere dello sport " 1953, 18 febbraio

Il 26 gennaio 1953 un aereo di linea decollato dall’aeroporto di Cagliari e diretto a Roma si schiantò pochi minuti dopo il decollo sulle alture di Sinnai, in Sardegna. Morirono tutte le persone a bordo, in una tragedia che colpì profondamente il Paese e il mondo sportivo, perché su quella rotta viaggiavano spesso squadre e arbitri diretti o di ritorno dalle trasferte con il Cagliari.

Tra le storie che emergono da quella giornata c’è quella del Fanfulla, squadra lombarda impegnata in campionato contro il Cagliari. La formazione lodigiana, per ragioni organizzative decise all’ultimo istante, cambiò volo e non salì sull’apparecchio poi precipitato: una scelta che salvò la vita a giocatori e tecnici, lasciando però un’ombra di dolore per le vittime che su quell’aereo persero la vita.

La notizia della sciagura e del coinvolgimento di dirigenti e addetti ai lavori legati al mondo calcistico fece presto il giro d’Italia, raggiungendo anche Torre Annunziata. 

Qui la sezione arbitri AIA “F. Santucci” decise di farsi promotrice di un momento pubblico di raccoglimento, per ricordare i caduti di Cagliari e testimoniare la vicinanza della città alle famiglie colpite.

Come documenta un trafiletto del “Corriere dello Sport”del 18 febbraio, fu organizzata una solenne cerimonia religiosa nella chiesa della Parrocchia dell’Immacolata, con una messa di Requiem celebrata alle ore 10 del giorno 26 febbraio, trigesimo della tragedia. 

L’AIA torrese invitò ufficialmente tutte le associazioni sportive cittadine e gli sportivi di Torre Annunziata, trasformando il rito in un vero gesto collettivo di memoria.

La risposta della cittadinanza fu imponente: arbitri, dirigenti, atleti, semplici cittadini riempirono la parrocchia, portando il lutto di Sinnai dentro il cuore della comunità oplontina. 

In anni in cui i viaggi per seguire una partita potevano trasformarsi, come in quel gennaio del 1953, in tragedia, gli associati torresi scelsero di non dimenticare. Con la loro iniziativa, diedero voce a un cordoglio nazionale e misero al centro il valore umano di chi, per passione sportiva, affrontava lunghi e talvolta rischiosi spostamenti.

venerdì 20 marzo 2026

Il biliardo torrese dal "Bigliardiere" al "Bar Stella"



A Torre Annunziata il biliardo fu molto più di un semplice passatempo: fu un pezzo di identità cittadina, come il profumo del mare o la voce dei venditori giù all'Annunziata. Già all'inizio del secolo scorso le bilie correvano sui panni verdi, accompagnando le giornate dei torresi tra chiacchiere, sfide e una sana rivalità.

Alcuni bar avevano almeno un tavolo a disposizione della clientela. Non era un servizio accessorio: il biliardo diventava il cuore del locale, il punto in cui ci si dava appuntamento dopo il lavoro o la domenica pomeriggio. Nei circoli ricreativi, accanto ai tavolini per le carte, non mancava mai il tavolo da biliardo, quasi un arredo obbligatorio per potersi definire “ritrovo” rispettabile.

Tra questi spiccava il Bar Stella in piazza Ernesto Cesàro, che per intere generazioni fu molto più di un bar: nel grande salone sul retro si organizzavano tornei, feste, serate di musica e chiacchiere, e il tavolo da biliardo era sempre occupato. Si entrava per un caffè, ma si finiva quasi sempre per “fare una partita” o per restare a guardare i più bravi all’opera, in quell’atmosfera luminosa che molti torresi ricordano ancora oggi come un piccolo salotto cittadino.

Oltre al Bar Stella esistevano altri luoghi dedicati quasi soltanto al gioco. Uno dei più antichi affondava le sue radici nella Torre di fine Ottocento, in via Dogana. In un vecchio palazzo – dove trovavano rifornimento i velieri e le grandi barche che arrivavano in porto dalle isole – il proprietario aveva messo in piedi una sala tutta dedicata al biliardo.

Il locale era conosciuto da tutti come “’o Bigliardiere”: prima ancora di diventare punto di approvvigionamento per le imbarcazioni, lì si battevano colpi di stecca e si consumavano sfide interminabili, già intorno al 1890.

La memoria cittadina conservò i nomi di chi negli anni Trenta, prendendo in mano la stecca, imponeva il silenzio tutt’intorno: tra i più abili si ricordavano Enrico Stingo  fioraio di Boscoreale  e il torrese Abele Spinelli, figlio di Giovanni "ù falegname", protagonisti di partite entrate nella leggenda dei frequentatori.

Col passare del tempo i tavoli si moltiplicarono. Nei bar e nei circoli si disputarono tornei di grande richiamo, organizzati più per mettere in mostra la bravura che per i premi in palio. Il fascino del gioco stava anche nell’eleganza del gesto. Le bilie d’avorio, colpite con lunghe stecche di legno, correvano sul panno con traiettorie studiate al millimetro per abbattere i birilli. Non era solo fortuna: servivano occhio, pazienza, allenamento.

A Torre il biliardo si pratica senza interruzioni da decenni ed è entrato nel lessico quotidiano e nei racconti di famiglia, proprio come altre passioni cittadine, come il Savoia e la Madonna della Neve.

martedì 3 marzo 2026

Balvano 3 marzo 1944 – Il ricordo




Torre Annunziata porta ancora dentro di sé una ferita che non si vede, ma che continua a parlare ogni volta che si pronuncia il nome di Balvano. Quella notte, in una galleria sperduta tra le montagne, si interruppe all’improvviso il viaggio di decine di nostri concittadini, partiti con poche lire in tasca e qualche speranza in più negli occhi. Non erano eroi, non erano personaggi illustri: erano padri, madri, figli, giovani operai e lavoratori che cercavano soltanto di tirare avanti in un tempo in cui la guerra dettava le regole della sopravvivenza quotidiana. 

Fra i tanti morti di quel treno, anche Torre Annunziata pagò il suo tributo di sangue. È giusto ridirli, quei nomi, perché appartengono alla nostra anagrafe affettiva: Avvisato Pasquale; Carotenuto Domenico; Cirillo Domenico; De Martino Nicola; Donadio Rosa; Gallo Francesco; Manzo Vincenzo; Pasquale Tommaso; Renis (Renise) Michele; Sperandeo Antonio. Dietro ognuno di loro c’era una casa, un cortile dove qualcuno li aspettava: mogli che contarono per giorni le voci in strada sperando in una smentita, bambini a cui venne spiegato all’improvviso cosa significa la parola “mancanza”, anziani costretti a sopravvivere al dolore dei figli perduti. A distanza di decenni, quelle lacrime non possono più essere asciugate, ma possono essere raccolte in un gesto semplice: ricordare. 

La sciagura di Balvano, spesso raccontata in termini di numeri e responsabilità tecniche, per noi è soprattutto un vuoto lasciato in città. Il treno 8017 non era un simbolo astratto: era il mezzo su cui salivano i torresi, insieme a tanti altri campani e lucani, per cercare cibo, lavoro, contatti, in un’Italia spezzata e affamata. La loro morte non avvenne su un campo di battaglia, e forse proprio per questo fu per lungo tempo considerata “minore”, quasi un incidente di contorno in anni già colmi di tragedie. Eppure, per chi rimase a Torre Annunziata, quel convoglio mai arrivato rappresentò uno spartiacque: da un lato la fatica quotidiana di arrangiarsi, dall’altro la consapevolezza che persino un viaggio di notte, su un treno di fortuna, poteva trasformarsi in una condanna definitiva.

Nel dopoguerra, la città dovette continuare a vivere, a ricostruire, a lavorare. Le fabbriche ripresero ritmo, le strade si riempirono di nuovo di rumori, il porto tornò ad animarsi. Ma nelle famiglie segnate da Balvano rimaneva una sedia vuota alla tavola, una foto incorniciata con un volto giovane, un nome pronunciato a mezza voce nelle ricorrenze. La memoria di questi nostri concittadini non passava dai manuali di storia, ma dal racconto sottovoce di qualche parente, da un mazzo di fiori portato al cimitero senza bisogno di spiegazioni. Così, mentre il Paese dimenticava, Torre Annunziata continuava a ricordare a modo suo, nelle case e nei ricordi privati.

Oggi, con l’aiuto di documenti più precisi e di ricerche pazienti, possiamo ricomporre meglio il quadro e restituire ai torresi del treno 8017 il posto che spetta loro nella storia della città. Non si tratta soltanto di un esercizio di archivio, ma di un gesto di giustizia verso chi non ebbe voce, verso chi fu liquidato in poche righe burocratiche o in elenchi freddi. Ricordarli significa anche interrogare il nostro presente: quante volte, davanti a una notizia di cronaca, ci abituiamo a parlare di “morti” senza domandarci quali vite ci siano dietro quelle cifre? Quante storie di povertà, di migrazione, di lavoro precario continuano a consumarsi lontano dai riflettori, ieri come oggi?

Questo spazio nasce proprio per opporsi all’oblio. Ogni 3 marzo, su queste pagine, la città può ritrovare i nomi dei suoi figli scomparsi in quella galleria. Non per indulgere nel dolore, ma per rinnovare un patto: Torre Annunziata non dimentica chi è partito e non ha fatto ritorno. Nel silenzio di questa ricorrenza, il pensiero corre alle dieci famiglie colpite e, insieme a loro, a tutte le famiglie torresi che nel corso del Novecento hanno conosciuto lutti improvvisi legati al lavoro, alla guerra, alla miseria. A loro dedichiamo questa giornata, con la speranza che la memoria condivisa diventi, per le nuove generazioni, non solo un ricordo triste, ma un invito a costruire una città più giusta, più consapevole e più attenta alla dignità di ogni vita spezzata. 

E anche per questo che chiediamo aiuto a chiunque possa fornire il suo ricordo su questa tremenda tragedia che possa onorare la memoria di chi rimase vittima innocente di quella notte.

lunedì 2 marzo 2026

Il Capitano gentiluomo: Oscar Cirillo



Oscar Cirillo venne alla luce a Torre Annunziata il 24 luglio 1906. 
Era figlio di Francesco Cirillo, chirurgo stimato all’ospedale cittadino, e di Anna Foglia Manzillo. In quella casa affacciata su una città operosa e orgogliosa, crebbe respirando due lezioni silenziose: la disciplina e il senso del dovere.

Il padre, uomo di bisturi e sangue freddo, era abituato a restituire vite alla speranza. Si racconta che, rientrando a casa dopo lunghe notti in corsia, trovasse il figlio con un pallone tra i piedi nel cortile, intento a ripetere lo stesso gesto tecnico decine di volte. Non lo rimproverava mai. Forse riconosceva in quella concentrazione ostinata la stessa dedizione che serviva in sala operatoria: precisione, misura, responsabilità.

Oscar divenne presto un ragazzo elegante nei modi e nei movimenti. Quando, il 2 marzo 1924, esordì con la maglia del Savoia contro la Stabia, davanti al suo pubblico, era poco più che un ragazzo. La vittoria per 2-0 fu il primo passo di un percorso che lo avrebbe legato per sempre ai colori biancoscudati.

Quello stesso anno il Savoia visse l’emozione della doppia finale contro il Genoa. Per un giovane torrese essere parte di quel momento significava toccare il vertice del calcio dell’epoca. Oscar imparò presto cosa volesse dire giocare sotto pressione, e lo fece senza perdere compostezza.

Centromediano di classe, era un interprete raffinato del ruolo. Non era l’uomo degli strappi furiosi o delle esuberanze atletiche; era, piuttosto, l’architetto silenzioso. Vedeva linee di passaggio dove altri scorgevano soltanto confusione. Dosava il pallone con equilibrio, come se ogni tocco fosse pensato per dare ordine al gioco. In campo sembrava muoversi con una naturalezza quasi aristocratica.

Negli anni difficili della crisi 1925-1926, quando molte certezze vacillavano, la sua figura divenne punto fermo nello spogliatoio. Tra personalità importanti, riuscì comunque a conquistare la fascia di capitano. Non per voce alta o imposizione, ma per autorevolezza. I compagni lo seguivano perché sapevano che non avrebbe mai chiesto ciò che lui per primo non fosse disposto a dare.

In totale indossò la maglia bianca per 79 partite, segnando una sola rete. Ma quel gol, arrivato il 20 marzo 1927 contro la Cavese in un sonoro 5-0, ebbe per i torresi il sapore dell’evento raro e prezioso. Non era un realizzatore, e proprio per questo quel sigillo al novantesimo fu accolto quasi come un premio alla fedeltà.

Le cronache dell’epoca lo descrivevano come un giocatore capace di accendere la squadra nei momenti migliori, alternando però prestazioni brillanti ad altre più opache, complice una tenuta atletica non sempre impeccabile. Anche questo lo rendeva umano, vicino alla gente. Non un eroe irraggiungibile, ma un talento con i suoi limiti, che compensava con intelligenza tattica.

Spesso convocato nella rappresentativa regionale, portava con sé l’orgoglio di Torre Annunziata. E ovunque andasse, conservava quell’atteggiamento composto che gli valse l’appellativo, rimasto nella memoria, di “signore del calcio”.

Il suo ultimo incontro da calciatore fu nel 1934, a Palmi. Poi, qualche anno più tardi, tornò in panchina nella stagione 1936/37, quando il vecchio Savoia aveva lasciato il posto alla neonata A.C. Torre Annunziata. Era un periodo difficile per il calcio torrese, ma lui non si sottrasse. Come suo padre in ospedale, interveniva quando c’era bisogno.

Nella vita professionale divenne funzionario dell’Enel, portando anche lì quella serietà che lo aveva contraddistinto in campo. Chi lo incontrava negli anni successivi lo ricordava con una figura ancora eretta, il passo misurato, lo sguardo vigile. L’età aveva forse addolcito i tratti, ma non aveva intaccato la dignità.

Quando nel marzo del 1977 la città seppe della sua scomparsa, non fu soltanto la morte di un ex calciatore. Fu l’addio a una bandiera. A un modo di intendere lo sport fatto di stile, correttezza e senso di appartenenza.

Le nuove generazioni forse non avevano visto le sue partite. Ma nella memoria collettiva restava l’immagine di un capitano che non aveva bisogno di gesti plateali per farsi ricordare. Bastavano un lancio calibrato, una postura elegante, una parola detta al momento giusto.

Come se, in fondo, avesse giocato tutta la vita nello stesso modo: con misura, eleganza e personalità.

sabato 28 febbraio 2026

Lo Spolettificio che si spegne e la memoria dei nostri avi



La prospettiva di vedere chiudere lo Spolettificio di Torre Annunziata, per me, non è un semplice fatto amministrativo o industriale: è come assistere allo spegnersi di un luogo che ha custodito, per secoli, una parte essenziale della storia della mia famiglia e della città. Dietro quei muri non vedo soltanto reparti, capannoni e procedure, ma i volti e i percorsi di chi è arrivato qui da molto lontano per costruire, letteralmente, la nostra identità produttiva.

Nel Settecento, quando a Torre Annunziata nasce la Real Fabbrica d’Armi, il Regno richiama tecnici specializzati dal Belgio per mettere in funzione i macchinari acquistati oltreconfine. Tra loro c’è Diodato Levech, che lascia la Vallonia insieme alla moglie Anna Teresa e ai figli Tosanto, Errico Tossano e Francesco, trasferendo definitivamente la famiglia in questa città affacciata sul golfo. Quel gesto, abbandonare Olny, un piccolo paese tra Liegi e Verviers per puntare su una fabbrica nel Mezzogiorno, dice quanto fosse forte la fiducia riposta nella capacità di Torre Annunziata di diventare un centro moderno di produzione e lavoro.

Nel frattempo, nell’entroterra salernitano, il cognome Papa si lega alla lavorazione del ferro e alle manifatture che riforniscono proprio la Fabbrica d’Armi torrese. A Palazzo Barra di Lancusi, la Real Manifattura dei Piastrinari produce meccanismi e componenti metallici per i fucili, e diversi membri della mia famiglia diventano maestri in questo settore, affinando un sapere tecnico riconosciuto e richiesto.

Da quella tradizione nasce Antonio Michele Francesco Tommaso Papa, che nel 1818 arriva a Torre Annunziata come artefice armiere, chiamato per mettere a frutto le competenze acquisite e per formare nuovi addetti in uno stabilimento in piena attività. Con lui, un pezzo di storia di Lancusi e Fisciano si sposta sul mare, dentro gli spazi che oggi rischiano di essere svuotati di significato.

La svolta che unisce definitivamente queste due storie è l’8 aprile 1820, quando Antonio Papa sposa Maria Luigia Levech nella chiesa dello Spirito Santo, a pochi passi dagli insediamenti militari e industriali della città. In quell’unione si incontrano la migrazione specializzata dal Belgio e la tradizione meridionale della lavorazione dei metalli, due mondi diversi che trovano nella Fabbrica d’Armi il loro punto di contatto più concreto.

Da quel matrimonio nasceranno le generazioni successive dei Papa di Torre Annunziata, fino a mio nonno, a mio padre e a me: ogni passaggio conserva il ricordo di una famiglia che, per oltre due secoli, ha riconosciuto in quel complesso produttivo un riferimento non solo economico, ma anche affettivo e culturale.

Oggi, di fronte all’ipotesi che lo Spolettificio venga messo da parte, mi sento come se mi stessero togliendo un pezzo di casa, prima ancora che un pezzo di città. Non è solo questione di reparti che si fermano o di funzioni che si spostano altrove, ma di un vuoto che rischia di aprirsi proprio dove, per secoli, hanno lavorato persone venute dal Belgio, dal salernitano e da tanti altri luoghi del mondo  per contribuire allo sviluppo di Torre Annunziata.

Mi interrogo su quale uso verrà fatto di quegli spazi, su quali attività potranno restituire dignità e futuro a un’area che ha visto nascere la mia storia familiare e quella di migliaia di lavoratori. 

Vorrei che, qualunque decisione venga presa, partisse proprio da qui: dal riconoscimento che lo Spolettificio non è mai stato solo un impianto militare, ma un laboratorio di vite, competenze e legami, nel quale i miei avi – da Diodato Levech ad Antonio Papa – hanno trovato il senso del loro cammino e hanno contribuito a definire quello di Torre Annunziata.

martedì 10 febbraio 2026

LUIGI CASALE: LA TORRE CHE PORTAVA DENTRO




      *Foto inviatami da Alfonso Santarpia e recuperata dal profilo Fb di Luigi Casale.



Ci sono persone che non hanno bisogno di monumenti per essere ricordate. Basta ascoltare la loro voce, leggere le loro parole, seguire i loro ricordi. 

Luigi Casale ci ha lasciato.

Luigi era uno di questi uomini rari: discreti, profondi, capaci di trasformare la memoria in un gesto di cultura e di affetto. Nei suoi scritti, Torre Annunziata non era mai solo un luogo: era un respiro, un ritmo, un modo di stare al mondo.

Quando raccontava l’esame di quinta ginnasio, non parlava soltanto di un banco, di un tema, di una prova. Parlava di una finestra che si apriva sul mare di Sorrento, del volo delle rondini che tagliavano il cielo come un presagio, della luce che si fondeva con l’orizzonte, della fantasia che correva più veloce della penna. Diceva che lì, in quel quadrato di cielo, era iniziata la sua seconda vita. Prima c’era il ragazzo che correva tra Pompei e Torre, dopo c’era l’uomo che avrebbe attraversato città, lavori, dolori e rinascite.

Eppure, accanto ai ricordi luminosi, Luigi non nascondeva le ombre. Raccontava la pioggia battente di un giorno d’estate, il rimorso che gli pesava addosso come un macigno, la bocciatura che gli sembrava un destino irreparabile. Poi la morte improvvisa del fratellino Filippo, che gettò la famiglia in un silenzio cupo. E infine, come un varco inatteso, il seminario di Pompei, che lui definiva un miracolo della Provvidenza, un luogo dove la vita ricominciò a scorrere in un’altra direzione.

Quando parlava di suo padre, Luigi non descriveva mai solo un uomo: raccontava un mondo. Gennaro Casale, orologiaio e meccanico, era uno di quei lavoratori che non si lamentavano mai, che affrontavano la vita con dignità e con un’intelligenza interiore che attirava perfino i giovani amici del figlio. Ricordava le visite, le conversazioni, il banchetto di lavoro portato in casa dopo la malattia, la forza silenziosa con cui suo padre continuava a riparare orologi come se ogni ticchettio fosse un modo per restare vivo. E poi quella fotografia, scoperta per caso: l’immagine del padre giovane, appesa per anni nella scuola professionale “Galileo Galilei”, proprio all’angolo tra via Vesuvio e corso Umberto, come esempio di competenza e dedizione. Una foto che molti torresi ricordano ancora, senza sapere che quel ragazzo serio e compiaciuto era proprio lui.

Luigi aveva un talento raro: trasformare un dettaglio in un racconto. Un albero incontrato sull’isola di San Giulio, un frutto raccolto da terra, una finestra ostruita dai rami nel cortile di Pompei diventavano l’occasione per un viaggio attraverso luoghi, ricordi, lingue, stagioni della vita. Così scoprì la Paulownia tomentosa, e da quella scoperta costruì una riflessione sul linguaggio, sulla conoscenza, sulla responsabilità dell’uomo nel dare un nome alle cose. Per lui la cultura nasceva sempre dall’esperienza, mai dall’astrazione.

Ma il cuore della sua memoria era Torre Annunziata. Quando parlava di via Vesuvio, sembrava di vederla: la strada che sale verso Trecase, le case basse, i portoni sempre aperti, le famiglie che si chiamavano da un balcone all’altro. I Magro, gli Esposito, i Lombardi, i Navigante, i Casale, i De Felice, e poi i Cirillo, i Caso, i Farro, i Ciniglio, i Tufano, i Salvi, gli Sperandeo, gli Sfera, i Langella. Una geografia affettiva che oggi sopravvive quasi solo nei ricordi, ma che nelle sue parole torna a respirare. Raccontava di Villa Rosa, la casa dello zio parroco Salvatore Magro, proprio accanto al passaggio a livello, e si chiedeva se sulle colonne del cancello ci fossero ancora le due targhette di marmo con il nome. Ricordava le feste di agosto, quando tra Alfonso, Domenico, Marianeve, Salvatore, Gaetano, Filomena, Assunta, Elena, Patrizia, Rosa e Agostino non passava giorno senza che qualcuno bussasse alla porta per portare un augurio o un dolce.

E poi c’erano i luoghi della Torre che lui aveva vissuto davvero: Il corso, dove la città sembrava incontrarsi senza appuntamento; l’ex Piazza dei Comizi, oggi Piazza Ernesto Cesaro, cuore civile e popolare della Torre di un tempo; il Lido Azzurro, dove negli anni Sessanta e Settanta le estati profumavano di sale e di granite al limone; via Gino Alfani, con i negozi che conservavano sempre lo stesso odore del mare qualsiasi prodotto stessero vendendo; il mercato del pesce, con le voci dei venditori che si sovrapponevano come una musica antica; la chiesa del Carmine, dove ogni famiglia aveva una storia da raccontare, un ricordo da custodire, una promessa da mantenere.

Eppure, una parte importante della sua vita si svolse lontano da Torre: prima Verona, poi Roma, poi soprattutto Bressanone, la città dove aveva insegnato, dove aveva cresciuto i figli, dove aveva vissuto accanto a Patrizia, e dove era tornato definitivamente dopo la sua morte. Parlava spesso di quella città con un affetto quieto, come si parla di un luogo che non si è scelto ma che alla fine ti sceglie. In una delle nostre conversazioni, con quella gentilezza che gli era naturale, mi scrisse che se un giorno fossi passato da quelle parti mi avrebbe ospitato volentieri per qualche giorno. Lo disse senza enfasi, come si dicono le cose vere: con semplicità, con misura, con un sorriso che si intuiva tra le righe. Era il suo modo di essere: discreto, accogliente, profondamente umano.

In tutto questo, c’era sempre lei: Patrizia. La moglie, la compagna di una vita, la madre dei suoi figli. Nei suoi scritti, Patrizia non appare mai in modo plateale, ma è ovunque: nella voce che legge Rodari ai bambini, nella mano che raccoglie un frutto sull’isola di San Giulio, nello sguardo che riconosce un albero prima ancora di lui, nella presenza silenziosa che accompagna ogni trasferimento, ogni scelta, ogni nostalgia. Quando Luigi racconta il ritorno a Bressanone dopo la sua morte, lo fa con una delicatezza che non ha bisogno di spiegazioni: si sente che quella perdita gli ha cambiato il passo, ma non gli ha tolto la luce.

Nelle conversazioni che abbiamo condiviso negli anni, Luigi era sempre così: gentile, misurato, ironico, colto senza ostentazione. Quando gli chiedevo se potevo pubblicare qualcosa, rispondeva: “Muoviti liberamente. Bastano rispetto e discrezione.” Quando gli parlavo di un ricordo, lui ne aggiungeva un altro, come se la memoria fosse un filo che non voleva spezzare. Quando gli dicevo che i suoi scritti erano preziosi, sorrideva tra le righe: “Ho in memoria i capitoli dell’Epistolario della gioia. Te li invio.”

Luigi Casale non è stato solo uno scrittore. 

È stato un ponte tra generazioni, un custode della memoria torrese, un uomo che ha saputo trasformare la vita — la sua, quella degli altri, quella della città — in racconto. 

Oggi, attraverso le sue parole, continua a parlarci. Continua a insegnarci a guardare, a ricordare, a nominare, a capire.

E soprattutto continua a ricordarci che la memoria non è nostalgia: è identità, è radice, è futuro.


mercoledì 28 gennaio 2026

Mario Piacente, una vita di servizio, fede e silenziosa dedizione.



La scomparsa di Mario Piacente segna la perdita di una figura profondamente radicata nella storia umana e spirituale della città. Uomo semplice e concreto, coerente fino in fondo, ha attraversato oltre novant’anni di vita restando fedele a un’idea limpida di esistenza: lavorare con dignità, aiutare chi aveva bisogno, custodire ciò che riteneva sacro.

La sua è la storia di un uomo del fare. Falegname di formazione, per anni realizzò casse funebri lavorate a mano, un mestiere duro e silenzioso che svolgeva con rispetto e serietà, prima in proprio e poi presso Vitiello.

In seguito entrò nel mondo della scuola come bidello, diventando una presenza familiare per intere generazioni dell’Istituto Marconi, che ancora oggi lo ricordano per il suo modo schietto ma giusto di stare tra la gente.

Accanto al lavoro, Mario ha sempre coltivato un rapporto profondo con la fede popolare. La partecipazione alla Congrega del Suffragio e la costante presenza nella Basilica di Maria Santissima della Neve non erano per lui semplici tradizioni, ma un impegno quotidiano. In quel luogo sentiva di avere una responsabilità particolare: una forma di custodia silenziosa, fatta di attenzione, discrezione e rispetto assoluto. La sua era una religiosità concreta, fatta di gesti più che di parole.

Ed era bello, rassicurante, quasi commovente vederlo nei momenti più solenni della nostra tradizione. La sua figura, discreta ma immancabile, dava la stessa emozione dell’uscita del quadro della Madonna della Neve durante la processione del 22 ottobre. In quei giorni, mentre il quadro attraversava le strade di Torre Annunziata, lui sembrava incarnare lo stesso simbolo di speranza e continuità, la stessa protezione che la città riconosce alla Madonna. La sua presenza infondeva calma, fiducia, un senso profondo di appartenenza.

Chi lo ha conosciuto sa che non si tirava mai indietro davanti alle difficoltà altrui. Ha aiutato molte persone in momenti delicati, senza mai cercare visibilità o riconoscimenti. Abitava nei pressi del campo sportivo ed era un tifoso autentico del Savoia, una passione vissuta con lo stesso spirito di servizio che metteva in ogni cosa.

Negli anni Ottanta fu presenza attiva del Club dei Fedelissimi “A. Bellomo” di corso Garibaldi. Fu lì che nacque un rapporto affettuoso fatto di chiacchiere sincere sulla nostra squadra: io, giovane tifoso assetato di storie, e lui, paziente e generoso nel raccontare ricordi, aneddoti, episodi di campo e di vita. Ogni volta che tornavo a Torre e lo rincontravo, quel ricordo riaffiorava intatto, come se il tempo non avesse mai scalfito la sua capacità di accogliere, spiegare, condividere.

La sua figura rassicurava l’intera città. Era bello vederlo muoversi con la sua solita calma tra le vie del quartiere, sfilare accanto a una macchina o comparire tra le frecce del porticato: una presenza che dava serenità, come un punto fermo che non veniva mai meno.

Il suo aspetto serio, accompagnato da una bontà evidente, lo rendeva una figura rispettata e benvoluta. Non amava mettersi in mostra, ma la sua presenza si faceva sentire. Era uno di quegli uomini che diventano punti di riferimento senza mai proclamarlo, semplicemente restando coerenti con se stessi.

Oggi la città saluta Mario Piacente con gratitudine e affetto. Resta il ricordo di un uomo che ha vissuto con misura, che ha servito senza chiedere nulla in cambio e che ha lasciato, nel silenzio, un’eredità fatta di valori, fede e umanità autentica.

venerdì 23 gennaio 2026

Rosario Iannucci nella memoria civile di Torre Annunziata






Il 15 gennaio 2026 è una data che resterà scolpita nella memoria collettiva di Torre Annunziata: in questo giorno si è spento Rosario Iannucci, figura centrale dell’associazionismo locale e nazionale grazie alla sua guida dell’AICOVIS (Associazione Italiana contro la Violenza negli Stadi). La sua morte ha segnato la conclusione di un lungo percorso di impegno civile volto a promuovere valori di rispetto, solidarietà e cultura dello sport inteso come spazio di aggregazione e non di conflitto. 

Rosario Iannucci è stato il fondatore e anima dell’AICOVIS, organismo nato il 13 settembre 1995 con un intento semplice ma radicale: liberare gli stadi e la società da ogni forma di violenza, razzismo e bullismo e provare a restituire allo sport il valore educativo che gli competeva. 

La sua azione non si è però mai fermata ai confini degli impianti sportivi. Con costanza, Iannucci promosse iniziative di solidarietà diffusa, soprattutto a favore dei più piccoli e dei più fragili: da anni l’AICOVIS portava doni, dolci e attenzione ai bambini ricoverati negli ospedali della provincia, contribuendo a fare dell’associazione un punto di riferimento anche nei reparti pediatrici. 

Era un uomo che non cercava il clamore, ma la concretezza dei gesti; uno che preferiva lavorare in prima linea piuttosto che parlare di sé. Questa visione si rifletteva nella rete di rapporti che riuscì a costruire nel tempo. Al suo fianco, nelle varie iniziative, trovarono posto campioni dello sportvolti noti dello spettacolo e protagonisti della cultura e dell’informazione, coinvolti non come ornamento ma come testimoni di una causa condivisa.

Tra i nomi che spesso risuonavano nelle attività dell’AICOVIS si ricordano il grande goleador Ciro ImmobileIrma Testa, boxeur  di caratura internazionale; Marco Guida, arbitro di alto profilo; e Stefano De Martino, artista e ambasciatore dell’associazione. 

Accanto a questi, figure del giornalismo e della cultura, primo tra tutti Massimo Corcione, contribuirono ad amplificare il messaggio di civiltà e rispetto promosso da Iannucci. 

Il profilo umano di Iannucci emerge ancor più forte se si pensa a come riuscì a trasformare l’idea di un assioma – lo sport come esperienza di comunità – in una realtà concreta, fatta di incontri, visite, iniziative nelle scuole e nei luoghi di sofferenza. 

Questo approccio ha reso l’AICOVIS non un semplice organismo di protesta, ma un laboratorio di buone pratiche civiche.

funerali di Rosario Iannucci si sono svolti sabato 17 gennaio 2026 alle ore 10:00 presso il Santuario dello Spirito Santo (Chiesa del Carmine) di Torre Annunziata, momento di commiato che ha visto la partecipazione di amici, familiari, persone comuni e rappresentanti delle realtà associative con cui ha condiviso tanti anni di impegno. 

Nel ricordare Rosario, non celebriamo semplicemente un presidente o un promotore di iniziative: ricordiamo un uomo che ha saputo incarnare l’idea di una cittadinanza attiva, capace di trasformare ideali in azioni. 

La sua figura resta come una traccia profonda nella storia civile della nostra città, un invito a proseguire sulla strada del rispetto e della solidarietà, valori che lui ha posto al centro di ogni sua scelta.

Rosario Iannucci entra così a far parte di quella memoria collettiva che Torresi Memorie custodisce con rispetto: non solo per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha significato per chi, attraverso lui, ha riscoperto il valore di uno sport e di una comunità realmente umani.


mercoledì 21 gennaio 2026

Lo scoppio dei carri, 80 anni dopo.




Il 21 gennaio 1946 non è solo una pagina di cronaca: è una cicatrice che da ottant’anni attraversa Torre Annunziata e continua a parlarci ogni volta che il calendario torna su quella data.
Ci sono giorni che, anche se non li abbiamo vissuti, sembrano appartenere alla nostra memoria più intima: questo è uno di quelli.

Nel tardo pomeriggio di quel 21 gennaio, la città prova a rialzarsi da una guerra appena finita, tra miseria, macerie e speranze fragili.
La stazione ferroviaria viene attraversata  da carri carichi di munizioni, residui di bombe che tutti vorrebbero lasciarsi alle spalle, ma che ancora ingombrano le nostre terre.
Poi, all’improvviso, un boato rompe la sera: una luce accecante, un tremore che attraversa le case, un vento di vetri infranti e polvere che entra in ogni stanza, in ogni respiro.
In pochi istanti il quartiere dei pescatori, le vie intorno al porto, le famiglie affacciate alle finestre si ritrovano dentro un inferno di fiamme e fumo, senza sapere dove correre né chi chiamare per nome.


54 nomi, una città intera in ginocchio

Quella che doveva essere una sera qualsiasi si trasforma in un confine nella storia della città: da una parte il “prima”, dall’altra il “dopo”.
I carri esplosi scaricano sulla città una violenza immensa: case crollate, tetti scoperchiati, barche rovesciate, strade irriconoscibili sotto le macerie.
Alla fine si conteranno 54 morti, centinaia di feriti, migliaia di persone costrette a lasciare la propria casa, con in mano solo ciò che sono riuscite a salvare in pochi secondi di panico.
Ma i numeri, da soli, non bastano: dietro ogni cifra c’è un volto, un cortile dove non si sente più ridere nessuno, una sedia vuota che per anni verrà apparecchiata lo stesso, come se chi manca potesse rientrare da un momento all’altro.

Mentre molti scappano istintivamente dal porto, c’è chi, davanti a quel cielo che brucia, decide di andare nella direzione opposta: verso il fuoco.
Sono vigili del fuoco, uomini in divisa e volontari che arrivano da più paesi, chiamati con urgenza contro il tempo e contro la paura.
Sanno che i carri possono esplodere ancora, che ogni passo può essere l’ultimo, ma avanzano lo stesso: tra scintille, fumo acre, proiettili che continuano a detonare, cercano di aprirsi un varco tra rottami e mura sventrate.
Qualcuno passerà la notte a scavare con le mani nude, a caricare feriti su camion improvvisati, a stringere la mano a chi sta per spegnersi, perché nessuno muoia da solo.
In quelle ore, il coraggio non è una parola astratta: è una tuta sporca di fuliggine, è un casco ammaccato, è un viso che non si dimentica più.

Nel cuore della città, anche la chiesa della Madonna della Neve porta i segni di quella notte: muri lesionati, vetri in frantumi, polvere che entra fin dentro le navate.
Eppure, in mezzo a quel paesaggio ferito, il trono della Madonna resta intatto, come se qualcuno lo avesse protetto con le mani, mentre tutto intorno cadeva.
Per molti torresi quel dettaglio diventa un appiglio per non soccombere alla disperazione, un modo per credere che, anche dentro la tragedia, una presenza silenziosa sia rimasta accanto alla città.
Sulla facciata della Basilica, la lapide con i nomi delle vittime continua ancora oggi a parlare: basta fermarsi un momento, leggere lentamente, lasciare che quei cognomi risuonino dentro, e la sera del 21 gennaio sembra farsi di nuovo vicina.

Negli anni, la memoria di quel giorno non è rimasta chiusa nei libri o nei documenti d’archivio.
Ha preso forma nelle voci dei sopravvissuti, nei racconti passati di generazione in generazione, nelle fotografie in bianco e nero che qualcuno ha conservato come un tesoro fragile.
C’è la foto fissata dall’obiettivo di Edmondo Illario 
https://tuttotorre.blogspot.com/2021/01/21-gennaio-1946-la-foto-di-edmondo.html  

che coglie un frammento di quella devastazione e la restituisce ai nostri occhi di oggi: macerie, volti stanchi, uno sfondo che potrebbe essere qualsiasi porto e invece è il nostro.
C’è il racconto di chi è “scampato alla morte per un soffio”

https://tuttotorre.blogspot.com/2016/01/21-gennaio-1946-scampato-alla-morte-per.html

di chi quella sera cambiò strada all’ultimo momento, di chi si ritrovò vivo senza riuscire a spiegarsene il motivo, con negli occhi un’immagine che lo avrebbe accompagnato per sempre.
Attraverso queste tracce, Torre Annunziata ha continuato a rimettere insieme i pezzi della propria storia, come se ogni testimonianza fosse un mattone rimesso al suo posto.


Ottant’anni dopo: il compito di ricordare

Sono passati ottant’anni, abbastanza perché nessuno, o quasi, di quelli che c’erano possa ancora raccontare di persona quel boato e quel silenzio successivo.
Eppure lo scoppio dei carri resta una presenza viva: ogni gennaio, tra articoli, cerimonie, messe in suffragio e momenti di raccoglimento, la città torna lì, sul porto, davanti alla lapide, come si torna sulla tomba di un familiare.
Ricordare oggi non significa riaprire una ferita per il gusto di far male, ma impedire che quel sacrificio venga inghiottito dall’indifferenza.
È dire a chi nasce ora che quelle strade, quel mare, quel porto non sono solo scenari quotidiani, ma luoghi attraversati dal dolore e dalla forza di chi ha ricostruito tutto quasi da zero.
Ogni volta che un torrese si ferma davanti a quella lapide, ogni volta che una foto dell’epoca riappare su un giornale, su un sito, su un blog come Torresi Memorie, quel 21 gennaio 1946 smette di essere “una tragedia lontana” e torna ad essere una parte viva della nostra identità.

In questo anniversario, l’unico modo giusto per onorare i 54 nomi di quella sera è semplice e difficile insieme: continuare a pronunciarli nel cuore, guardare il porto con rispetto e promettere, a chi non c’è più, che Torre Annunziata non li lascerà mai soli nel buio della storia.

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