mercoledì 21 gennaio 2026

Lo scoppio dei carri, 80 anni dopo.




Il 21 gennaio 1946 non è solo una pagina di cronaca: è una cicatrice che da ottant’anni attraversa Torre Annunziata e continua a parlarci ogni volta che il calendario torna su quella data.
Ci sono giorni che, anche se non li abbiamo vissuti, sembrano appartenere alla nostra memoria più intima: questo è uno di quelli.

Nel tardo pomeriggio di quel 21 gennaio, la città prova a rialzarsi da una guerra appena finita, tra miseria, macerie e speranze fragili.
La stazione ferroviaria viene attraversata  da carri carichi di munizioni, residui di bombe che tutti vorrebbero lasciarsi alle spalle, ma che ancora ingombrano le nostre terre.
Poi, all’improvviso, un boato rompe la sera: una luce accecante, un tremore che attraversa le case, un vento di vetri infranti e polvere che entra in ogni stanza, in ogni respiro.
In pochi istanti il quartiere dei pescatori, le vie intorno al porto, le famiglie affacciate alle finestre si ritrovano dentro un inferno di fiamme e fumo, senza sapere dove correre né chi chiamare per nome.


54 nomi, una città intera in ginocchio

Quella che doveva essere una sera qualsiasi si trasforma in un confine nella storia della città: da una parte il “prima”, dall’altra il “dopo”.
I carri esplosi scaricano sulla città una violenza immensa: case crollate, tetti scoperchiati, barche rovesciate, strade irriconoscibili sotto le macerie.
Alla fine si conteranno 54 morti, centinaia di feriti, migliaia di persone costrette a lasciare la propria casa, con in mano solo ciò che sono riuscite a salvare in pochi secondi di panico.
Ma i numeri, da soli, non bastano: dietro ogni cifra c’è un volto, un cortile dove non si sente più ridere nessuno, una sedia vuota che per anni verrà apparecchiata lo stesso, come se chi manca potesse rientrare da un momento all’altro.

Mentre molti scappano istintivamente dal porto, c’è chi, davanti a quel cielo che brucia, decide di andare nella direzione opposta: verso il fuoco.
Sono vigili del fuoco, uomini in divisa e volontari che arrivano da più paesi, chiamati con urgenza contro il tempo e contro la paura.
Sanno che i carri possono esplodere ancora, che ogni passo può essere l’ultimo, ma avanzano lo stesso: tra scintille, fumo acre, proiettili che continuano a detonare, cercano di aprirsi un varco tra rottami e mura sventrate.
Qualcuno passerà la notte a scavare con le mani nude, a caricare feriti su camion improvvisati, a stringere la mano a chi sta per spegnersi, perché nessuno muoia da solo.
In quelle ore, il coraggio non è una parola astratta: è una tuta sporca di fuliggine, è un casco ammaccato, è un viso che non si dimentica più.

Nel cuore della città, anche la chiesa della Madonna della Neve porta i segni di quella notte: muri lesionati, vetri in frantumi, polvere che entra fin dentro le navate.
Eppure, in mezzo a quel paesaggio ferito, il trono della Madonna resta intatto, come se qualcuno lo avesse protetto con le mani, mentre tutto intorno cadeva.
Per molti torresi quel dettaglio diventa un appiglio per non soccombere alla disperazione, un modo per credere che, anche dentro la tragedia, una presenza silenziosa sia rimasta accanto alla città.
Sulla facciata della Basilica, la lapide con i nomi delle vittime continua ancora oggi a parlare: basta fermarsi un momento, leggere lentamente, lasciare che quei cognomi risuonino dentro, e la sera del 21 gennaio sembra farsi di nuovo vicina.

Negli anni, la memoria di quel giorno non è rimasta chiusa nei libri o nei documenti d’archivio.
Ha preso forma nelle voci dei sopravvissuti, nei racconti passati di generazione in generazione, nelle fotografie in bianco e nero che qualcuno ha conservato come un tesoro fragile.
C’è la foto fissata dall’obiettivo di Edmondo Illario 
https://tuttotorre.blogspot.com/2021/01/21-gennaio-1946-la-foto-di-edmondo.html  

che coglie un frammento di quella devastazione e la restituisce ai nostri occhi di oggi: macerie, volti stanchi, uno sfondo che potrebbe essere qualsiasi porto e invece è il nostro.
C’è il racconto di chi è “scampato alla morte per un soffio”

https://tuttotorre.blogspot.com/2016/01/21-gennaio-1946-scampato-alla-morte-per.html

di chi quella sera cambiò strada all’ultimo momento, di chi si ritrovò vivo senza riuscire a spiegarsene il motivo, con negli occhi un’immagine che lo avrebbe accompagnato per sempre.
Attraverso queste tracce, Torre Annunziata ha continuato a rimettere insieme i pezzi della propria storia, come se ogni testimonianza fosse un mattone rimesso al suo posto.


Ottant’anni dopo: il compito di ricordare

Sono passati ottant’anni, abbastanza perché nessuno, o quasi, di quelli che c’erano possa ancora raccontare di persona quel boato e quel silenzio successivo.
Eppure lo scoppio dei carri resta una presenza viva: ogni gennaio, tra articoli, cerimonie, messe in suffragio e momenti di raccoglimento, la città torna lì, sul porto, davanti alla lapide, come si torna sulla tomba di un familiare.
Ricordare oggi non significa riaprire una ferita per il gusto di far male, ma impedire che quel sacrificio venga inghiottito dall’indifferenza.
È dire a chi nasce ora che quelle strade, quel mare, quel porto non sono solo scenari quotidiani, ma luoghi attraversati dal dolore e dalla forza di chi ha ricostruito tutto quasi da zero.
Ogni volta che un torrese si ferma davanti a quella lapide, ogni volta che una foto dell’epoca riappare su un giornale, su un sito, su un blog come Torresi Memorie, quel 21 gennaio 1946 smette di essere “una tragedia lontana” e torna ad essere una parte viva della nostra identità.

In questo anniversario, l’unico modo giusto per onorare i 54 nomi di quella sera è semplice e difficile insieme: continuare a pronunciarli nel cuore, guardare il porto con rispetto e promettere, a chi non c’è più, che Torre Annunziata non li lascerà mai soli nel buio della storia.

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