1924: IL GIORNO DELLA RIVINCITA!
Il giorno del voto tanto atteso era arrivato!
Quella domenica in città il clima era pesante e la tensione si manifestava negli
angoli delle strade, fuori dai pastifici, dalle fabbriche, ovunque.
Avevo visto, la settimana prima del voto, l’arrivo di una
lunga fila di carabinieri a cavallo, che vennero attentamente disposti dal
Commissario di P.S. Ferrante, in previsione del loro impiego nelle principali
piazze di afflusso, al fine di evitare il rischio di contatto tra le opposte
fazioni di contendenti.
Non riuscivo a capire e a contare quanti ne fossero,
probabilmente un centinaio, forse il doppio.
Il grosso delle truppe a cavallo venne posizionato nell’area
portuale, in attesa di disposizioni, onde spostarsi per arginare eventuali
scontri.
Il risultato delle urne fu un autentico pugno nello stomaco
per i vertici politici locali e per il Sindaco Pelagio Rossi che appena sette
mesi prima aveva “rubato” la poltrona proprio ad Alfani.
Enorme il disappunto degli avversari fascisti, capitanati da
quel Pelagio Rossi, vero terminale politico locale con i vertici del movimento
creato da Mussolini, nuovo padrone d’Italia.
Non erano bastate le minacce e i tentativi di persuadere la
massa ad evitare quel voto, a sinistra, specialmente perché il personaggio in
questione, Gino Alfani, era stato appena destituito dalla carica di Sindaco di
Torre Annunziata, assieme alla sua giunta, dalla prepotenza e sopraffazione dei
seguaci delle camicie nere che cacciarono intere amministrazioni di sinistra,
dal 1921 al 1923, elette democraticamente.
E non erano bastate
neanche le minacce, più o meno esplicite, rivolte agli esponenti di sinistra di
“stare attenti” altrimenti “avrebbero fatto la fine di Bertone”, vigliaccamente
assassinato a Torre Annunziata da tre fascisti nel 1921.
La lotta alle camicie nere non venne mai meno nella nostra
città, anzi.
Quel 6 aprile del 1924 giunse l’occasione di un parziale riscatto.
Bastarono un paio di giorni affinché giungesse in città
l’ufficialità della vittoria di Alfani con l’elezione alla Camera dei Deputati.
La rivincita dei “rossi” era compiuta!
Alfonso D’avino, il giorno del voto, si era recato a votare
per dare il suo sostegno ad Alfani.
Al momento del riconoscimento, si accorse che era sprovvisto
del documento che accertasse le sue generalità.
Lo aveva perso.
Senza quel documento non gli era permesso votare.
A meno che…
C’era un solo modo per poter votare e consisteva nella
testimonianza di un conoscente che potesse garantire della sua identità.
In quella sede c’era un suo conoscente, Michele Palumbo, che
certamente avrebbe garantito per lui.
Non fu cosi!
Michele Palumbo disse di non conoscerlo, per Alfonso non ci
furono preghiere e suppliche che tennero.
Il Palumbo, notoriamente di simpatie fasciste, non permise
ad Alfonso di esercitare il suo diritto al voto.
La scazzottata tra i due divenne inevitabile, nel parapiglia
ci furono alcuni contusi che avevano tentato di dividere i due litiganti.
La storia tra i due sembrava dovesse finire così.
All’indomani dell’annuncio ufficiale della vittoria di
Alfani, grandi masse di operai, in maggior parte aderenti al settore
metallurgico, giravano per la città in segno di giubilo.
Uno di questi cortei di operai, più folto di altri, aveva
attraversato il corso principale per poi discendere via Alfonso De Simone, “a
scesa dà Nunziata”.
Erano i lavoratori della “Ferriera del Vesuvio”.
Con grande convinzione e
portamento, camminavano compatti, alternando l’urlo per il compagno Alfani
all’immancabile intonazione dell’inno di “Bandiera rossa”.
“Avanti o Avanti o popolo alla riscossa
Bandiera rossa, bandiera rossa
Avanti o popolo alla riscossa
Bandiera rossa trionferà
Bandiera rossa la trionferà
Bandiera rossa la trionferà
Bandiera rossa la trionferà
Evviva il comunismo e la libertà.”
Dalla mia postazione privilegiata, una panchina posizionata
all’ingresso dell’area portuale di fianco allo stanzino della finanza, riuscivo
a vedere quella meravigliosa massa di uomini che si muovevano tutt’uno nella
loro fierezza, tra gruppi di personaggi ostili che si erano impadroniti della
mia città con la violenza, e che certamente stavano pensando come arginare
quella marea di “rossi” che sfidavano tutto e tutti.
Mio zio Gaetano Papa, quella mattina era stato allertato che
ci sarebbe stato più movimento del solito nell’area del porto e lui, da capo
delle Guardie di Finanza, aveva richiesto maggiore attenzione e sorveglianza ai
suoi uomini per quell’area a forte rischio di incidenti.
D’altra parte, in quelle centinaia di metri quadri giravano
migliaia di persone e gran parte dell’economia di Torre Annunziata.
In quei giorni di elezioni, da quell’area dipendeva anche la
salvaguardia dell’ordine pubblico.
Come capitava spesso al mattino, ero passato a salutarlo,
anche perché era bello, per me che ero appena giovinetto, vedere quel movimento
di carabinieri, cavalli, navi, lavoratori, e il mare…
Abitavo proprio in zona, a cento metri dal porto.
Con attenzione e giudizio, Gaetano Papa iniziava a scrutare i
movimenti e le intenzioni dei due gruppi rivali.
Aveva capito che qualcosa stava per succedere, d’altronde
era inevitabile che una scintilla potesse scoppiare in quel miscuglio di fuochi
d’artificio e polvere da sparo.
“Vieni via di lì, entra nella garitta e non muoverti” - mi disse.
Lo vedevo preoccupato.
La massa operaia avanzando, aveva completato la discesa di
via De Simone ed era arrivata nei pressi dei due archi che dividono la “Nunziata”
dal porto.
Il coro di “Bandiera Rossa” saliva sempre più alto dalle
voci e dal cuore degli operai.
Tra loro, nel lato sinistro del gruppo, c’era anche Alfonso
D’avino.
Appena dentro l’area di accesso al porto, in compagnia
stretta di due camerati, Michele Palumbo.
Ad ogni intonazione delle strofe dell’inno operaio,
seguivano sonore e continue bordate di fischi da parte degli oppositori.
E proprio in quel momento di massima tensione che Alfonso si
accorse della presenza del Palumbo.
Si avventò con un balzo deciso su di lui ed iniziarono di
nuovo la scazzottatura.
Palumbo, preparato a quello scontro, schivò alcuni colpi e
appena si allontanò di qualche metro, tirò fuori in un baleno una rivoltella
dalla tasca del pantalone e non esitò a sparare diversi colpi verso Alfonso.
Il terrore assalì i presenti, consapevoli appieno dell’enorme
pericolo cui stavano affrontando.
I colpi del Palumbo andarono a vuoto, mentre Alfonso, dopo
aver estratto a sua volta la pistola che anch’egli aveva celato nei pantaloni,
sparò tre colpi che andarono a segno nelle ginocchia dell’avversario.
Dopo averlo visto soccombere, Alfonso, pistola in pugno,
ordinò a un portatore di carrozzella di allontanarsi per tentare la via di
fuga.
Vidi questa scena terribile rinchiuso nel gabbiotto, adibito
al controllo dell’operazioni di ispezioni della Finanza, di cui era
responsabile mio zio.
Alfonso D’avino saltò sul calesse per tentare la fuga!
Cinque secondi.
Tanto bastarono a mio zio Gaetano affinché si affiancasse al
calesse, pronto per la fuga, e tentasse di bloccare il fuggitivo.
Le urla, la folla, i colpi di pistola, il terrore.
Il cavallo ormai era incontrollabile, Alfonso non riusciva a
domarne gli irrequieti movimenti, ormai erano in preda al panico cavallo e
conducente.
Mio zio venne investito in piene dal cavallo e travolto da
una ruota dell’ormai incontrollabile mezzo di trasporto.
Intervennero i soccorsi, anzi, i carabinieri.
La carica per disperdere le due fazioni diventò necessaria
per raccogliere e portare nel luogo del ricovero dell’ospedale cittadino i due
feriti gravi rimasti a terra.
Il Palumbo, per la gravità delle ferite venne trasportato a
Napoli, al Pellegrini.
Entrambi i feriti si ripresero, non seppi però cose accadde
al D’avino.
Rimasi per diversi minuti terrorizzato, chiuso nella piccola
stazioncina.
Venni fuori solo dieci minuti dopo, quando accorse mio padre
a riprendermi, subito allertato da alcuni amici sull’evolversi in modo negativo
e violento della marcia operaia contrastata dai simpatizzanti fascisti.
Ritornando verso casa, ricordo che rimasi in trance per tutta la violenza a cui avevo assistito in quella drammatica mattinata.
Tutte quelle storie lette e “vissute” in quegli anni
hanno indirizzato in modo inequivocabile e netto la mia formazione politica e
culturale verso forme di aggregazione e partecipazione in antitesi con gruppi e
movimenti fautori ed ispiratori della violenza, la soppressione, la repressione
come forma di eliminazione dell’avversario, elementi che possiamo affermare
essere prerogativa del fascismo e dei suoi seguaci in genere.
Era l’8 aprile del 1924.
Altri avvenimenti accaddero in quell’ anno.
Nel corso dei mesi immediatamente successivi il Paese subì
l’assassinio di Matteotti che non fece altro che avvelenare ancora di più gli
animi tra sostenitori di Mussolini e gli antifascisti.
A maggio, Pelagio Rossi dovette cedere la carica di Sindaco
a favore di Francesco Galli De Tommasi.
Uno dei primi atti ufficiali del nuovo Sindaco fu quello di
organizzare i cerimoniali per l’arrivo del Genoa Calcio in arrivo a Torre
Annunziata per disputare la finale scudetto contro lo squadrone del Savoia di
patron Voiello.
Lo stesso Mussolini sarà a Torre Annunziata in visita a settembre in giro per le fabbriche.
Insomma, quel 1924 sarà un anno che sarà ricordato per i
tanti avvenimenti accaduti nella nostra bella città, e non sempre per fatti
positivi…
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