Vittorio Liberato Fortunato Fiore nacque a Torre Annunziata il 19 gennaio 1878, in una città che aveva il rumore del mare e quello, più secco, dei macchinari dei pastifici e dei mulini che macinavano grano e fatiche. Figlio di una donna del popolo, Filomena Fiore, ventenne, che si presenta da sola all’ufficiale di stato civile per dichiarare la nascita del bambino, porta fin dall’atto di nascita il marchio burocratico di “figlio d’ignoto”: una formula fredda, che però racconta più di mille parole una condizione sociale di emarginazione e di precarietà affettiva.
L’atto di nascita, conservato nel registro del 1878, restituisce la scena con la durezza tipica della scrittura amministrativa: Filomena, residente in una modesta casa in vico Sarti al numero nove, dichiara che alle ore otto del pomeriggio è nato un bambino di sesso maschile, al quale dà il nome di Vittorio Liberato Fortunato.
In quelle tre parole, Vittorio, Liberato, Fortunato, sembra già annunciarsi una sorta di programma esistenziale: la vittoria su un destino avverso, la liberazione dal peso sociale dell’illegittimità, la fortuna conquistata non per diritto di nascita ma per ostinazione personale, nella Torre Annunziata che cresce tra porto, ferrovia e nuove fabbriche.
La città, alla fine dell’Ottocento, è una fucina di energie: migliaia di braccianti sbarcano sacchi di grano, operai alimentano i forni dei pastifici, donne e bambini partecipano a una catena produttiva che fa di Torre uno dei poli industriali del Mezzogiorno.
È in questo paesaggio che il piccolo Vittorio cresce, figlio del popolo senza protezioni familiari altolocate, ma con la possibilità, offerta dalle scuole pubbliche e dalle prime istituzioni laiche, di intraprendere un percorso di studi che lo porterà fino alla laurea in giurisprudenza e all’esercizio della professione di avvocato.
Quando, il 1 dicembre 1907, si presenta nella Casa comunale per sposare Felicia Cirillo, il giovane Fiore ha ventinove anni, è già “avvocato”, residente a Torre Annunziata, e porta sulle spalle un cognome che è solo quello della madre, senza padri da esibire nei salotti.
L’atto di matrimonio lo indica come “figlio d’ignoto e di Filomena Fiore”, formula che gli atti civili ripetono senza indulgenze, ma che nel suo caso non è più stigma bensì punto di partenza di un riscatto: il giovane che da ragazzo povero è riuscito a farsi strada fino al foro cittadino.
Felicia Cirillo, la sposa, ha ventotto anni ed è nata ad Alessandria d’Egitto, figlia di Angelo Cirillo e di Gabriela Serrao, rientrata a Torre Annunziata dopo l’esperienza della diaspora mediterranea che aveva portato tanti italiani a cercare lavoro nelle comunità all’estero.
Il loro matrimonio, celebrato davanti all’ufficiale di stato civile unisce così il figlio di una ragazza del popolo torrese a una donna nata sulle sponde africane del Mediterraneo, e rappresenta plasticamente l’intreccio tra radici locali e orizzonti più ampi che caratterizzerà tutta la biografia di Fiore.
Dall’unione tra Vittorio e Felicia nascerà una numerosa prole, seguita passo passo dagli atti di nascita che scandiscono anche la piccola geografia domestica della famiglia.
Maria Anna Gabriella viene alla luce il 18 ottobre 1908 in via del Popolo, strada cuore di un quartiere operaio, seguita da Maria, nata il 28 ottobre 1909 nella stessa via; poi Marta, l’11 luglio 1912, ancora in via del Popolo, e Ada, il 29 maggio 1914, sempre nello stesso quartiere, mentre l’Italia si avvicina alla tempesta della guerra.
Il 1 gennaio 1916 nasce un primo Gerardo in Traversa Fienga, segno che la famiglia ha già iniziato a spostarsi verso altre zone della città, e il 7 agosto 1917 un secondo Gerardo, registrato in via Traversa Parini: la ripetizione del nome, in un arco di tempo così breve, lascia intravedere un dramma familiare, forse la perdita del primogenito, e il tentativo di “rifare” il figlio nel nome e nella memoria.
Infine, il 13 luglio 1925, nasce Corrado, in via Dante: un indirizzo che racconta il salto sociale di un avvocato che, dalla via del Popolo, approda a una strada più borghese, mentre il nucleo familiare si allarga e accompagna la maturità professionale e politica del padre.
La casa di Fiore, in questi anni, è un crocevia di persone e di storie: figli, parenti, compagni di partito, rappresentanti della Camera del lavoro, delegazioni di braccianti che salgono le scale per discutere di contratti e scioperi, mescolano la loro voce a quella dei bambini che corrono tra una stanza e l’altra.
In questo microcosmo familiare, l’avvocato-sindaco non è soltanto uomo pubblico, ma padre che divide il tempo tra udienze in tribunale, riunioni politiche e una vita domestica scandita dalle nascite e dai traslochi, dalle malattie infantili e dal peso quotidiano di mantenere una famiglia numerosa.
Mentre la famiglia cresce, cresce anche l’impegno politico di Vittorio Fiore in una Torre Annunziata che, all’inizio del Novecento, è laboratorio di sindacalismo e di socialismo municipale.
La Camera del lavoro, le leghe dei braccianti, i circoli socialisti e repubblicani diventano i luoghi in cui si formano i nuovi quadri dirigenti dei ceti popolari, tra cui spiccano figure come l’avvocato Gino Alfani, segretario generale della Camera del lavoro, e i dirigenti delle leghe bracciantili, come Giovanni Bernacchi, Vincenzo Capassi, Filippo Russo.
È accanto a questi uomini che Fiore matura la propria identità politica: avvocato dei lavoratori nelle cause civili e penali, oratore nei comizi, consigliere fidato nelle discussioni strategiche, diventa una delle voci più autorevoli del socialismo torrese, in grado di parlare agli operai come ai ceti medi cittadini.
Il suo socialismo, radicato nella tradizione riformista e nella pratica sindacale, guarda al Comune come al principale strumento di emancipazione: l’idea è che l’ente locale possa intervenire su servizi, lavoro, istruzione, rompendo il monopolio dei vecchi notabili liberali e dei blocchi d’interesse industriali.
Il 5 luglio 1914, poche settimane prima che l’Europa sprofondi nella guerra, a Torre Annunziata si tengono le elezioni amministrative, le prime dopo l’introduzione del suffragio quasi universale maschile.
Un grande manifesto stampato all’epoca, conservato come reliquia della vita civile cittadina, riporta, accanto a un lungo articolo sulle “cause della riuscita del Blocco” o della sua disfatta, l’elenco degli eletti al Consiglio comunale con a fianco le loro qualificate appartenenze politiche: radicali, socialisti, repubblicani, liberali, economico–industriali.
Tra i candidati socialisti, il nome di Fiore Vittorio svetta al primo posto con 2423 voti, il numero più alto della lista, a testimonianza di un consenso che attraversa i rioni popolari e parte della piccola borghesia urbana.
Il manifesto, tra le righe di un linguaggio ancora ottocentesco, lascia intuire la portata del terremoto politico: 6519 elettori iscritti, 4294 votanti, e una coalizione, quella socialista e repubblicana sostenuta dalla Camera del lavoro, capace di rovesciare i vecchi equilibri e di aprire le porte del Municipio ai rappresentanti del lavoro organizzato.
Molti anni dopo, nella rubrica “Andar per sindaci”, pubblicata negli Anni Settanta da “La voce della provincia” del Dott. Pasquale D’Amelio, lo storico e giornalista Franco Pierro rievoca quella stagione definendo Fiore “primo sindaco dei lavoratori socialisti” di Torre Annunziata, eletto in una consultazione che vide contrapposti, da un lato, i partiti del passato regime e, dall’altro, una lista nuova formata da socialisti e repubblicani.
Pierro ricorda che il candidato preferito dai socialisti e guidati dalla Camera del lavoro, di cui era segretario generale l’avvocato Gino Alfani, fu proprio l’avvocato Vittorio Fiore, e descrive la sua elezione come il culmine di una “rapida ascesa” politica, in un tempo in cui pochi avevano potuto percorrere una simile carriera partendo da condizioni sociali così modeste.
Il giudizio di Pierro insiste sulle qualità morali: Fiore viene descritto come uomo “di elette e preclare doti di onesto amministratore”, che non ricava grandi vantaggi personali dall’incarico, e che vive di “sola professione e della fede socialista”, senza accumulare ricchezze né circondarsi di clientele.
È un ritratto che mette insieme la figura del professionista serio e quella del militante coerente, e che restituisce il clima di speranza che, nell’estate del 1914, attraversa la città: per la prima volta, il Comune sembra nelle mani di chi parla la lingua dei lavoratori, ne conosce i bisogni, ne condivide le fatiche.
Ma la storia non lascia molto tempo a quelle speranze: lo scoppio del conflitto mondiale, e poi l’ingresso dell’Italia in guerra, trasformano ben presto la Torre Annunziata operosa in una città sotto pressione, dove le fabbriche devono rispondere alle esigenze belliche e i braccianti vengono chiamati al fronte.
Per il sindaco Fiore, insediato da pochi mesi, l’amministrazione diventa una corsa a ostacoli: si moltiplicano le richieste degli industriali per garantire continuità produttiva, si acuiscono le tensioni salariali, esplodono scioperi e conflitti che mettono a rischio sia l’ordine pubblico sia la sopravvivenza delle famiglie dei lavoratori.
La guerra fa sentire il suo peso nelle strade e nelle case: i prezzi dei generi alimentari salgono, il pane scarseggia, le liste dei richiamati si allungano, e il Comune è costretto a intervenire con misure straordinarie, mentre la stampa cittadina, divisa politicamente, commenta ogni scelta dell’amministrazione socialista come se fosse un plebiscito continuo.
In questo clima, Fiore e i suoi collaboratori, tra cui spiccano proprio Gino Alfani e i dirigenti della Camera del lavoro, cercano di mantenere la barra dritta, sapendo che ogni concessione agli industriali può essere letta come tradimento dei lavoratori, e ogni vittoria sindacale come minaccia alla produzione e quindi alla “patria in armi”.
Per parlare direttamente alla città e difendere le proprie scelte, la giunta fa nascere un nuovo foglio: “L’Azione”, periodico quindicinale amministrativo, affidato alla penna di Cataldo Maldera.
Nel titolo, sobrio ma deciso, c’è l’idea di un Comune che non si limita a gestire, ma agisce, interviene, prende posizione: l’obiettivo è raccontare ai cittadini le delibere, spiegare i bilanci, illustrare le motivazioni delle decisioni, ma anche difendersi dagli attacchi dei giornali avversi e dai pamphlet dei vecchi notabili esautorati.
Su quelle colonne, il sindaco Fiore e i suoi collaboratori pubblicano bandi, comunicati, richiami alla disciplina, ma anche riflessioni sul ruolo dell’ente locale in tempi di guerra, sull’assistenza alle famiglie dei soldati, sulle forniture e sulla necessità di mantenere viva la partecipazione dei lavoratori alla vita pubblica.
È in questo contesto che “L’Azione” rende noto, in forma integrale, il testo di un documento destinato a rimanere nella memoria della città: il “Compromesso” del 13 gennaio 1915, firmato dagli industriali e dai rappresentanti dei braccianti in sciopero, sotto l’egida del sindaco.
Il documento si apre con una frase tipica degli atti amministrativi: “L’anno millenovecentoquindici, il giorno tredici del mese di gennaio nella Casa comunale di Torre Annunziata…”, a indicare che la sede della conciliazione è proprio il Municipio, trasformato da Vittorio Fiore in luogo di incontro tra le parti sociali.
Su invito del sindaco, assistito dal segretario comunale Gaetano De Pascale e dal delegato capo Nicola Stanziano, si riuniscono Francesco De Nicola fu Aniello, rappresentante dell’Associazione industriale, l’avvocato Gino Alfani in qualità di segretario generale e rappresentante della Camera del lavoro, e i dirigenti della lega braccianti: Giovanni Bernacchi, Capassi Vincenzo e Russo Filippo, membri del Comitato di agitazione.
Scopo della riunione, si legge nel testo, è “la soluzione dell’attuale conflitto determinato dallo sciopero verificatosi il giorno undici corrente”: uno sciopero improvviso, esploso due giorni prima, che ha paralizzato la produzione e reso urgente un tavolo di confronto per evitare l’escalation.
Il “Compromesso”, frutto di “ampie ed esaurienti discussioni”, come sottolinea il documento, definisce condizioni e impegni per entrambe le parti, fissando aumenti, orari, modalità di riammissione al lavoro, ed è pubblicato integralmente su “L’Azione” per dare ai cittadini la prova di una mediazione trasparente, condotta alla luce del sole.
In quella pagina c’è la sintesi del metodo Fiore: un sindaco che non si nasconde dietro le quinte, ma siede al centro del tavolo, affianca la Camera del lavoro, riconosce i braccianti come interlocutori legittimi, ma allo stesso tempo pretende che l’Associazione industriale assuma impegni chiari e pubblici.
È un socialismo municipale che non rinuncia al conflitto, ma lo porta dentro le regole istituzionali, trasformando il Comune in arena democratica dove il lavoro non è più soltanto oggetto di decisioni calate dall’alto, bensì soggetto che partecipa alla costruzione delle regole cittadine.
Attorno a Vittorio Fiore si muove un’intera generazione di militanti e dirigenti socialisti che, per alcuni anni, danno alla città il senso di un futuro diverso.
L’avvocato Gino Alfani, figura centrale, è il segretario generale della Camera del lavoro e, nel compromesso del 1915, rappresenta ufficialmente i lavoratori; la sua presenza accanto al sindaco testimonia un’alleanza profonda tra amministrazione comunale e movimento operaio, in cui il Comune diventa prolungamento istituzionale delle rivendicazioni sindacali.
Accanto ad Alfani e Fiore troviamo i segretari delle leghe bracciantili, come Giovanni Bernacchi, e membri del Comitato di agitazione quali Capassi Vincenzo e Russo Filippo, uomini che portano al tavolo la voce dei campi e degli stabilimenti, e che vedono per la prima volta riconosciuta, in un documento ufficiale, la propria rappresentanza.
Sono questi i protagonisti, spesso dimenticati, di quella “stagione di speranza” in cui Torre Annunziata vede aprirsi almeno uno spiraglio di emancipazione: un sindaco socialista, una Camera del lavoro forte, un ceto politico nuovo che parla la lingua dei quartieri popolari, mentre nella Casa comunale risuonano parole come “compromesso”, “accordo”, “diritti”.
La fotografia che ci resta di Vittorio Fiore, ripresa in abito scuro e papillon, con il volto pieno e lo sguardo diretto verso l’obiettivo, è quella di un professionista ormai maturo, sicuro di sé ma privo di ostentazione, più vicino alla figura del “notabile popolare” che a quella del politico di carriera.
Colorata in tempi recenti, l’immagine restituisce la dignità borghese conquistata attraverso lo studio e la fatica: dietro la camicia bianca e il nodo perfetto del papillon si intravede il ragazzo nato da madre sola, il figlio d’ignoto che, con pazienza e tenacia, ha costruito passo passo il proprio posto nel mondo.
Franco Pierro, nel suo profilo, sottolinea come Fiore non abbia avuto “grandi fortune” nella vita, ma sia stato riconosciuto da tutti come amministratore onesto, alieno dalla ricerca di vantaggi personali, capace di lasciare un segno soprattutto morale nella città.
Morto “in età non avanzata”, dopo aver dedicato le energie residue alla famiglia e alla professione, viene ricordato come padre affettuoso, marito di Felicia, uomo che “vive della sola professione e della fede socialista” e che, pur costretto a misurarsi con una stagione storica ingrata, non rinuncia mai alla coerenza delle proprie convinzioni.
L’atto di morte, redatto nella Casa comunale di Torre Annunziata e datato 23 aprile del 1929 registra in modo asciutto la fine di questa parabola: il decesso di Vittorio Fiore, avvocato, residente in città, marito di Felicia Cirillo, comunicato da testimoni che lo hanno visto spegnersi in una casa di via Dante, a solo cinquantadue anni.
Il documento, come tutti gli atti civili, tace sulle emozioni: non dice del dolore di Felicia, dei figli che perdono il padre, degli amici e compagni di lotta che vedono svanire una delle figure più significative del socialismo municipale torrese; ma basta leggere tra le righe delle testimonianze successive per capire che la sua uscita di scena lascia un vuoto profondo.
In una città che, negli anni successivi, vedrà affermarsi il regime fascista, con il suo carico di repressione contro le organizzazioni dei lavoratori e i loro dirigenti, il nome di Fiore scivola ai margini, sopravvive soprattutto nella memoria orale delle famiglie operaie e nelle carte ingiallite dei registri comunali.
Solo più tardi, grazie al lavoro di studiosi e appassionati, e alla paziente ricerca negli archivi, la sua figura torna alla luce: non come monumento retorico, ma come biografia concreta, fatta di atti di nascita, di matrimonio, di morte, di verbali di riunioni, di compromessi sindacali, di voti popolari, di fotografie salvate dal tempo.
La vita di Vittorio Fiore, dalla nascita di figlio d’ignoto alla poltrona di sindaco socialista negli anni della Prima guerra mondiale, racconta, più di molte analisi astratte, cosa significhi per una città “molto operosa” affidarsi alla propria classe lavoratrice.
In lui si intrecciano la storia di una madre che sfida le convenzioni per riconoscere il proprio bambino, quella di una giovane donna nata ad Alessandria d’Egitto che porta in dote un orizzonte mediterraneo, quella di un gruppo di socialisti, da Gino Alfani a Bernacchi, da Capassi a Filippo Russo, da Francesco Papa a Andrea Merluzzo, che trasformano il Comune in casa comune dei lavoratori.
Il suo nome continua a parlare oggi alla Torre Annunziata del nuovo secolo: ricorda che la politica può nascere dal basso, che un figlio del popolo può guidare una città, che persino negli anni durissimi della guerra è possibile cercare compromessi che non siano resa, ma conquista di dignità per chi lavora.
E al tempo stesso invita a non dimenticare che queste storie, se non vengono raccontate, rischiano di dissolversi: ogni atto d’archivio, ogni fotografia, ogni manifesto elettorale diventa allora un tassello di memoria, e chi oggi li rilegge e li intreccia in un racconto li restituisce alla comunità, perché Vittorio Fiore e i suoi compagni socialisti e radicali continuino a dare, almeno in forma di esempio, quella speranza che un giorno portarono nella Casa comunale di Torre Annunziata.
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