domenica 6 settembre 2026

Giuseppe Pappalettera, il "Peppone" del Savoia.





È morto Giuseppe Pappalettera, il “Peppone” del Savoia che conquistò la Serie C.

Aveva 86 anni. 

Difensore di grande temperamento, fu protagonista con il Trani della storica promozione in Serie B e a Torre Annunziata visse una delle stagioni più significative della storia biancoscudata. Nel 1969-70 contribuì alla vittoria del campionato di Serie D. L'ultima partita con il Savoia il 25 ottobre 1970 a Sorrento

La notizia della scomparsa di Giuseppe Pappalettera riporta alla memoria una pagina del calcio torrese che appartiene a un'altra epoca, quando le domeniche allo stadio erano un appuntamento fisso e una squadra di calcio riusciva a coinvolgere un'intera città.

Pappalettera è morto nei giorni scorsi, a Gorizia dove risiedeva con la famiglia da anni.

Il suo nome è legato soprattutto al calcio della sua Trani, con la quale raggiunse anche la Serie B, ma nella sua carriera c'è un capitolo che riguarda direttamente Torre Annunziata e il Savoia.

È quello della stagione 1969-70, quando il difensore arrivò in maglia bianca dei fratelli Russo e si trovò a far parte di una squadra destinata a conquistare la promozione in Serie C.

Nato a Trani nel 1940, Pappalettera aveva già alle spalle una carriera importante. Era un difensore nel senso più classico del termine, uno stopper abituato a giocare sull'uomo, a contrastare e a non concedere spazio agli attaccanti. Una figura che nel calcio di quegli anni aveva un peso preciso e che faceva della continuità e della combattività le proprie caratteristiche principali.

A Torre Annunziata arrivò nell'estate del 1969. Il Savoia si preparava ad affrontare il campionato di Serie D con ambizioni importanti e Pappalettera divenne subito uno degli elementi dell'organico sul quale fare affidamento.

Il suo debutto arrivò il 21 settembre, nella prima giornata di campionato, sul campo della Battipagliese. Il Savoia tornò a casa con un punto, grazie all'1-1 finale, ma per Pappalettera quella partita ebbe un significato particolare: fu lui a firmare la rete del pareggio.

Un esordio con gol, dunque, nel giorno in cui iniziava la sua avventura con la maglia bianca.

Da quel momento cominciò la lunga marcia di una squadra che avrebbe lasciato un segno nella storia del Savoia. Quella formazione, allenata da Emilio Zanotti, poteva contare su un gruppo di giocatori esperti e affiatati. Accanto a Pappalettera c'erano, tra gli altri, i due portieri  Nodari, Boesso, Crocco, Bechelli, Griffi, Busiello, Lino Villa, Flaborea, Peressin, Malvestiti ed Eco.

Non è soltanto un elenco di nomi. Per molti tifosi torresi rappresenta la fotografia di una squadra che ancora oggi viene ricordata con affetto, perché fu capace di trasformare una stagione di Serie D in una cavalcata verso il calcio professionistico.

Il Savoia disputò un campionato di vertice, costruendo il proprio successo soprattutto sulla compattezza. La squadra chiuse il torneo con 49 punti, 19 vittorie, 11 pareggi e appena quattro sconfitte, con 47 reti realizzate e soltanto 18 subite.

Pappalettera fu uno dei protagonisti di quella difesa. In campionato scese in campo 34 volte e realizzò due reti, contribuendo alla conquista del primo posto.

La promozione, però, ebbe un epilogo particolare. La Turris aveva terminato il campionato davanti al Savoia, ma la penalizzazione di tre punti inflitta successivamente alla formazione corallina modificò la classifica. 

Il provvedimento fece scattare il sorpasso biancoscudato e consegnò al Savoia la promozione in Serie C.

Per Torre Annunziata fu un'estate di festa. Il ritorno tra i professionisti rappresentava il risultato di un'intera stagione vissuta con grande partecipazione dalla città e dai suoi tifosi.

Pappalettera aveva dunque contribuito a conquistare sul campo una promozione che sarebbe rimasta tra i ricordi più importanti di quel periodo.

Il difensore rimase a Torre Annunziata anche per l'inizio della stagione successiva, affrontando il campionato di Serie C. La sua esperienza in biancoscudato si concluse il 25 ottobre 1970, quando il Savoia giocò a Sorrento.

Quella fu la sua ultima partita con la maglia bianca.

Si chiudeva così, dopo poco più di un anno, il capitolo torrese di un calciatore che aveva già conosciuto il palcoscenico della Serie B e che aveva ancora davanti a sé una parte della carriera da vivere.

Il calcio professionistico, però, non avrebbe rappresentato la fine del suo rapporto con il pallone. Dopo la parentesi con il Savoia e l'esperienza in Serie C, Pappalettera continuò infatti a giocare nel calcio dilettantistico in Friuli, mettendo a disposizione la propria esperienza sui campi delle categorie minori.

È un aspetto della sua vicenda che merita di essere ricordato, perché racconta bene la mentalità di quei calciatori. Per loro il calcio non era soltanto il professionismo, lo stadio o la notorietà. Era soprattutto una passione alla quale continuare a dedicarsi anche quando si abbassava il livello delle competizioni e venivano meno i riflettori.

La sua carriera era stata lunga e aveva attraversato diverse categorie, ma nella memoria dei tifosi del Savoia resterà legata soprattutto a quella stagione 1969-70.

Una stagione nella quale arrivò a Torre Annunziata, segnò all'esordio a Battipaglia e contribuì con le sue prestazioni alla conquista di una promozione che ancora oggi viene ricordata.

Sono passati più di cinquant'anni da quelle domeniche.

Il calcio è cambiato profondamente e di quella stagione rimangono soprattutto le immagini, i giornali dell'epoca, i tabellini e i racconti di chi era presente.

Ma la memoria sportiva di una città funziona proprio così. Basta un nome per riaprire un album.

Quello di Pappalettera richiama immediatamente il Savoia che nel 1970 tornò in Serie C, una squadra che per una generazione di torresi rappresentò molto più di una semplice formazione di calcio.

E in quell'album c'è anche la sua immagine: un difensore arrivato dalla Puglia, con alle spalle una carriera importante, chiamato a dare esperienza e solidità alla squadra biancoscudata.

Il suo bilancio con il Savoia parla di 41 presenze complessive e tre reti.

Ma a raccontare davvero il suo passaggio da Torre Annunziata è soprattutto la stagione della promozione e il ricordo di quel gruppo che riuscì a riportare il Savoia nel calcio professionistico.

Oggi, con la sua scomparsa, se ne va un altro protagonista di quella generazione.

Per Trani resterà il ricordo del calciatore che contribuì alla storica conquista della Serie B.

Per Torre Annunziata rimarrà invece il ricordo di uno degli uomini del Savoia che vinse quel campionato e riconquistò la Serie C.

E forse il modo migliore per salutarlo è proprio tornare a quella prima giornata di campionato, a Battipaglia, nel settembre del 1969.

Pappalettera aveva appena indossato per la prima volta la maglia bianca. Il Savoia pareggiò e fu lui a segnare.

Non poteva sapere che quella rete sarebbe stata l'inizio di una stagione destinata a entrare nella storia del club.

Oggi quella stagione è memoria.

E Giuseppe Pappalettera ne fa parte.

martedì 14 luglio 2026

I Basaldella: da Torre alla conquista del mondo.


     MIRKO, AFRO LIBIO, DINO E VIRGINIA BASALDELLA





C’è stato un tempo in cui, in una casa affacciata sul mare di Torre Annunziata, vivevano tre bambini friulani che pochi, oggi, collegherebbero alla nostra città.

Si chiamavano Dino, Mirko e Afro Basaldella, figli del pittore‑decoratore Leo Basaldella e di Virginia, una madre determinata che li tenne uniti in anni di guerra e lontananza.

La loro storia inizia a Udine, nel Friuli di inizio Novecento, ma con lo scoppio della Prima guerra mondiale il fronte si avvicina e la famiglia viene allontanata dalla zona di combattimento.
Leo è richiamato e impiegato negli uffici tecnici dell’esercito, mentre per proteggere la moglie e i tre piccoli viene scelta una città di mare nel Golfo di Napoli, tra Vesuvio e Oplontis: Torre Annunziata.

La scelta ricade sulla nostra città, allora capitale dell’arte bianca e centro vivace di mulini, pastifici e piccole attività legate al porto e alla ferrovia.
Virginia e i tre bambini raggiungono questa casa sul mare, dove la luce del Sud, il rumore del treno e il vociare dei venditori diventano il nuovo paesaggio della loro infanzia.

Dino, il maggiore, nasce nel 1909 e porta già con sé una curiosità per gli oggetti e per la materia che in seguito lo condurrà alla scultura, prima classica, poi metallica e industriale.
Mirko, nato nel 1910, cresce con uno sguardo attento alle forme e ai segni, che da adulto si esprimerà in un linguaggio primitivista, nei grandi cancelli intrecciati e nel celebre Cancello delle Fosse Ardeatine, simbolo di memoria antifascista.

Afro, nato nel 1912, vive la sua infanzia tra Friuli e Torre, assorbendo colori e atmosfere che si ritroveranno nella sua pittura, destinata a diventare uno dei vertici dell’astrazione italiana del secondo Novecento.
Nella casa torrese i tre fratelli condividono giornate di gioco e di studio, mentre la madre li guida con fermezza, lontano dalle trincee ma dentro un’Italia segnata dalla guerra e dalla precarietà.

La permanenza a Torre Annunziata dura alcuni anni, nel pieno del conflitto mondiale.
Qui i Basaldella entrano in contatto con una città che vive di porto, pastifici, stabilimenti e devozioni popolari, con la Basilica dell’Annunziata e la Madonna della Neve a vegliare sui pescatori e sulle famiglie.

Nel 1918 Leo muore a causa della febbre “spagnola” che devasta l’Europa, lasciando Virginia sola con i tre ragazzi.
La casa sul mare di Torre, che era stata rifugio e protezione, diventa il luogo da cui la famiglia riparte verso il Friuli, portando con sé il ricordo di questa infanzia torrese e di una comunità che li ha accolti in tempi difficili.

Tornati al Nord, Dino, Mirko e Afro intraprendono un percorso di formazione artistica che li porta al collegio evangelico di Venezia, al Liceo Artistico e alle accademie di Firenze e Roma.
Nel 1928 i tre fratelli espongono insieme alla prima e unica Mostra della Scuola friulana d’avanguardia, atto di nascita pubblico di un nucleo familiare che segnerà a lungo la storia dell’arte italiana.

Dino rimane il più legato alla sua Udine, ma lavora fra Venezia, Firenze e Roma.
La sua scultura attraversa una fase “neo‑ellenistica”, in dialogo con la tradizione classica, per arrivare, nel secondo dopoguerra, all’uso di ferri, lamiere, materiali poveri che si trasformano in opere come Spartaco, Orecchio di Dionisio, Ferro ed El Partidor, in un continuo confronto tra industria e forma plastica.

Mirko si muove tra Venezia, Firenze e soprattutto Roma, dove entra in contatto con Corrado Cagli e la cerchia della Scuola romana.
Espone alla Galleria della Cometa, partecipa a Quadriennali e Biennali, sviluppa un linguaggio che intreccia suggestioni arcaiche, primitivismo e una personale scomposizione della forma, culminando nella grande commissione del Cancello delle Fosse Ardeatine, inaugurato nel 1950.

In età matura Mirko si trasferisce negli Stati Uniti, insegnando alla Harvard University e contribuendo al dialogo tra arte europea e americana nel secondo dopoguerra, fino alla morte a Cambridge nel 1969.

Negli anni Sessanta, quando Dino De Laurentiis progetta il kolossal La Bibbia diretto da John Huston, le strade di Mirko Basaldella e del produttore torrese tornano a incrociarsi.

Dino mette insieme una squadra di eccellenza per le scenografie del film e, accanto a nomi come Giacomo Manzù, Carlo Rambaldi e Corrado Cagli, affida a Mirko il compito di ideare il panorama alle pendici dell’Etna per le scene di Abramo e Isacco tra le rovine di Sodoma, girate a Taormina.

Nell’incontro negli uffici di Cinecittà, mentre si discutono scene, macchinari, spese e compensi, il dialogo fra Dino e Mirko riporta sul tavolo anche Torre Annunziata: la città che ha visto nascere il produttore e che ha ospitato da bambini i tre fratelli Basaldella rientra così, in filigrana, nella grande impresa cinematografica del film.

Afro, dal canto suo, si afferma come pittore di primo piano: dopo le esperienze romane e le partecipazioni a Biennale e Quadriennale, nel 1950 avvia una lunga collaborazione con la Catherine Viviano Gallery di New York, che lo proietta sulla scena internazionale.

Nel 1952 aderisce al Gruppo degli Otto, protagonista del rinnovamento della pittura italiana, e nel 1956 ottiene alla Biennale di Venezia il premio come miglior pittore italiano.
Negli anni successivi partecipa alla decorazione della nuova sede UNESCO a Parigi insieme ad artisti come Picasso, Calder, Miró e Moore, realizzando il grande pannello Il Giardino della speranza che porta la sua firma nel cuore della cultura mondiale.

Afro espone in rassegne come Documenta a Kassel, riceve riconoscimenti in musei statunitensi e vede la sua opera ricostruita in grandi mostre retrospettive come quella di Palazzo Reale a Milano nel 1992.
Muore a Zurigo nel 1976, dopo un decennio in cui intensifica l’opera grafica e rallenta progressivamente l’attività pittorica ed espositiva.

Quando oggi leggiamo le loro biografie, troviamo Udine, Venezia, Firenze, Roma, New York, Parigi, Kassel, Zurigo: la mappa di tre destini artistici paralleli e intrecciati.
Nella lista dei luoghi ufficiali raramente compare Torre Annunziata, eppure la nostra città ha rappresentato per i Basaldella uno spazio di infanzia, rifugio e crescita durante gli anni terribili della guerra.

Torre Annunziata può rivendicare un suo posto in questa storia: non come culla della loro arte, ma come casa protettiva di una famiglia friulana che portava con sé talento, disciplina e un futuro da protagonisti del Novecento.
Raccontare oggi la loro presenza qui significa allargare la memoria cittadina oltre i nomi già noti, includendo tre bambini che hanno corso sul nostro lungomare e che, da adulti, hanno portato l’Italia dell’arte nel mondo.

In una città spesso raccontata solo attraverso cronache di cronaca nera, ricordare la parentesi torrese dei Basaldella è un gesto di riscatto culturale: un modo per affermare che Torre Annunziata è stata, e rimane, luogo di passaggio e di formazione per storie più grandi del suo perimetro urbano.
Tra mulini, pastifici, stabilimenti e basiliche, nel rumore dei treni e nel profilo del Vesuvio, una famiglia friulana ha trovato riparo e ha scritto una pagina silenziosa della nostra storia, che oggi possiamo finalmente riportare alla luce e consegnare alla memoria collettiva.

lunedì 6 luglio 2026

Enzo Celone, il visionario che sognò una nuova Torre Annunziata




Ci sono persone che lasciano un segno non soltanto per ciò che realizzano, ma soprattutto per la capacità di vedere ciò che gli altri ancora non riescono a immaginare. Enzo Celone apparteneva a questa rara categoria. Architetto, scenografo, pittore, progettista, autore e regista, è stato una figura poliedrica che ha saputo mettere il proprio talento al servizio della cultura e della valorizzazione del territorio.

Nato a Torre Annunziata il 12 febbraio 1937, Enzo Celone si formò all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove approfondì gli studi di scenografia e urbanistica. Successivamente perfezionò la propria preparazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, acquisendo quelle competenze che gli avrebbero aperto le porte del mondo della televisione e dello spettacolo.

La sua carriera professionale fu intensa e ricca di collaborazioni prestigiose. Lavorò con la RAI e con numerosi enti e istituzioni nazionali, occupandosi di scenografie, progettazione e allestimenti. Fin dagli anni Sessanta prese parte a importanti mostre di pittura e dimostrò un'originale capacità creativa, qualità che gli consentì di emergere rapidamente nel panorama artistico.

Tra le opere più conosciute realizzate per la sua città resta il celebre cavalluccio marino, divenuto negli anni uno dei simboli più riconoscibili del Lido Azzurro di Torre Annunziata, testimonianza del forte legame che Celone mantenne sempre con le proprie radici.

Nel 1967 iniziò la sua attività televisiva come scenografo, entrando a far parte della squadra di uno dei programmi più popolari dell'epoca, Canzonissima. Da quel momento il suo percorso professionale si intrecciò con quello della televisione italiana, collaborando con importanti registi e autori e contribuendo alla realizzazione di numerose produzioni.

Accanto all'attività artistica, Enzo Celone coltivò una profonda passione per la ricerca storica e archeologica. Per oltre trent'anni dedicò tempo ed energie allo studio delle antiche origini di Oplontis, convinto che il patrimonio storico di Torre Annunziata rappresentasse una straordinaria risorsa ancora tutta da valorizzare.

Le sue pubblicazioni e i suoi progetti raccontano questa costante attenzione verso il passato della città. Celone non si limitava a studiare i reperti o i monumenti: immaginava un futuro in cui la storia diventasse il motore dello sviluppo culturale, turistico ed economico del territorio.

Questa visione trovò espressione anche durante il suo impegno nella vita amministrativa cittadina. Nei primi anni Duemila, ricoprendo l'incarico di assessore, lavorò affinché il patrimonio archeologico trovasse finalmente una collocazione adeguata. Tra le idee che più lo appassionavano vi era la creazione di un museo dedicato ai reperti provenienti dagli scavi di Oplontis, progetto che considerava fondamentale per restituire alla città la consapevolezza del proprio passato.

Il suo sguardo, tuttavia, andava oltre il singolo intervento. Celone immaginava una Torre Annunziata capace di costruire il proprio rilancio attraverso la cultura, con il recupero della Real Fabbrica d'Armi, la rifunzionalizzazione degli edifici storici, la rinascita del porto e un sistema integrato di valorizzazione dell'intero patrimonio urbano.

Era una prospettiva che oggi appare sorprendentemente moderna. Molte delle idee da lui formulate decenni fa continuano ancora a rappresentare obiettivi concreti per il futuro della città.

E tuttavia, a distanza di decenni, la possibilità che quel disegno complessivo venga davvero attuato appare quanto mai incerta.
La città ha conosciuto ripetuti commissariamenti e un susseguirsi di classi dirigenti incapaci di tradurre in scelte coerenti le molte occasioni offerte dai programmi di rigenerazione urbana e di valorizzazione del patrimonio storico.
Anche il degrado attuale è, in larga misura, il risultato di questa mancanza di visione e continuità.

Enzo Celone si spense il 5 luglio 2016 nella sua Torre Annunziata, senza vedere realizzati molti dei progetti ai quali aveva dedicato la vita. 

Rimane però l'eredità di un intellettuale che non smise mai di credere nelle potenzialità della propria terra e che seppe coniugare arte, cultura, ricerca e impegno civile.

Nel 2018, in occasione di un lavoro editoriale, Vincenzo Marasco, Lucia Muoio e Antonio Papa  gli dedicarono la nota biografica confluita in: 

"Vita, opere e azioni di 22 Figli Illustri di Torre Annunziata, Volume I. "

Ne conserviamo ancora oggi un ricordo grato e partecipe.

Ricordarlo significa riconoscere il valore di una personalità che ha saputo interpretare Torre Annunziata non soltanto per ciò che era, ma soprattutto per ciò che avrebbe potuto diventare. 

Una lezione ancora attuale, che merita di essere trasmessa alle nuove generazioni.


lunedì 29 giugno 2026

Vittorio Fiore, figlio d’ignoto: il sindaco socialista che diede speranza a Torre Annunziata




Vittorio Liberato Fortunato Fiore nacque a Torre Annunziata il 19 gennaio 1878, in una città che aveva il rumore del mare e quello, più secco, dei macchinari dei pastifici e dei mulini che macinavano grano e fatiche. Figlio di una donna del popolo, Filomena Fiore, ventenne, che si presenta da sola all’ufficiale di stato civile per dichiarare la nascita del bambino, porta fin dall’atto di nascita il marchio burocratico di “figlio d’ignoto”: una formula fredda, che però racconta più di mille parole una condizione sociale di emarginazione e di precarietà affettiva.
L’atto di nascita, conservato nel registro del 1878, restituisce la scena con la durezza tipica della scrittura amministrativa: Filomena, residente in una modesta casa in vico Sarti al numero nove, dichiara che alle ore otto del pomeriggio è nato un bambino di sesso maschile, al quale dà il nome di Vittorio Liberato Fortunato.
In quelle tre parole, Vittorio, Liberato, Fortunato,  sembra già annunciarsi una sorta di programma esistenziale: la vittoria su un destino avverso, la liberazione dal peso sociale dell’illegittimità, la fortuna conquistata non per diritto di nascita ma per ostinazione personale, nella Torre Annunziata che cresce tra porto, ferrovia e nuove fabbriche.
La città, alla fine dell’Ottocento, è una fucina di energie: migliaia di braccianti sbarcano sacchi di grano, operai alimentano i forni dei pastifici, donne e bambini partecipano a una catena produttiva che fa di Torre uno dei poli industriali del Mezzogiorno.
È in questo paesaggio che il piccolo Vittorio cresce, figlio del popolo senza protezioni familiari altolocate, ma con la possibilità, offerta dalle scuole pubbliche e dalle prime istituzioni laiche, di intraprendere un percorso di studi che lo porterà fino alla laurea in giurisprudenza e all’esercizio della professione di avvocato.
Quando, il 1 dicembre 1907, si presenta nella Casa comunale per sposare Felicia Cirillo, il giovane Fiore ha ventinove anni, è già “avvocato”, residente a Torre Annunziata, e porta sulle spalle un cognome che è solo quello della madre, senza padri da esibire nei salotti.
L’atto di matrimonio lo indica come “figlio d’ignoto e di Filomena Fiore”, formula che gli atti civili ripetono senza indulgenze, ma che nel suo caso non è più stigma bensì punto di partenza di un riscatto: il giovane che da ragazzo povero è riuscito a farsi strada fino al foro cittadino.
Felicia Cirillo, la sposa, ha ventotto anni ed è nata ad Alessandria d’Egitto, figlia di Angelo Cirillo e di Gabriela Serrao, rientrata a Torre Annunziata dopo l’esperienza della diaspora mediterranea che aveva portato tanti italiani a cercare lavoro nelle comunità all’estero.
Il loro matrimonio, celebrato davanti all’ufficiale di stato civile unisce così il figlio di una ragazza del popolo torrese a una donna nata sulle sponde africane del Mediterraneo, e rappresenta plasticamente l’intreccio tra radici locali e orizzonti più ampi che caratterizzerà tutta la biografia di Fiore.
Dall’unione tra Vittorio e Felicia nascerà una numerosa prole, seguita passo passo dagli atti di nascita che scandiscono anche la piccola geografia domestica della famiglia.
Maria Anna Gabriella viene alla luce il 18 ottobre 1908 in via del Popolo, strada cuore di un quartiere operaio, seguita da Maria, nata il 28 ottobre 1909 nella stessa via; poi Marta, l’11 luglio 1912, ancora in via del Popolo, e Ada, il 29 maggio 1914, sempre nello stesso quartiere, mentre l’Italia si avvicina alla tempesta della guerra.
Il 1 gennaio 1916 nasce un primo Gerardo in Traversa Fienga, segno che la famiglia ha già iniziato a spostarsi verso altre zone della città, e il 7 agosto 1917 un secondo Gerardo, registrato in via Traversa Parini: la ripetizione del nome, in un arco di tempo così breve, lascia intravedere un dramma familiare, forse la perdita del primogenito, e il tentativo di “rifare” il figlio nel nome e nella memoria.
Infine, il 13 luglio 1925, nasce Corrado, in via Dante: un indirizzo che racconta il salto sociale di un avvocato che, dalla via del Popolo, approda a una strada più borghese, mentre il nucleo familiare si allarga e accompagna la maturità professionale e politica del padre.
La casa di Fiore, in questi anni, è un crocevia di persone e di storie: figli, parenti, compagni di partito, rappresentanti della Camera del lavoro, delegazioni di braccianti che salgono le scale per discutere di contratti e scioperi, mescolano la loro voce a quella dei bambini che corrono tra una stanza e l’altra.
In questo microcosmo familiare, l’avvocato-sindaco non è soltanto uomo pubblico, ma padre che divide il tempo tra udienze in tribunale, riunioni politiche e una vita domestica scandita dalle nascite e dai traslochi, dalle malattie infantili e dal peso quotidiano di mantenere una famiglia numerosa.
Mentre la famiglia cresce, cresce anche l’impegno politico di Vittorio Fiore in una Torre Annunziata che, all’inizio del Novecento, è laboratorio di sindacalismo e di socialismo municipale.
La Camera del lavoro, le leghe dei braccianti, i circoli socialisti e repubblicani diventano i luoghi in cui si formano i nuovi quadri dirigenti dei ceti popolari, tra cui spiccano figure come l’avvocato Gino Alfani, segretario generale della Camera del lavoro, e i dirigenti delle leghe bracciantili, come Giovanni Bernacchi, Vincenzo Capassi, Filippo Russo.
È accanto a questi uomini che Fiore matura la propria identità politica: avvocato dei lavoratori nelle cause civili e penali, oratore nei comizi, consigliere fidato nelle discussioni strategiche, diventa una delle voci più autorevoli del socialismo torrese, in grado di parlare agli operai come ai ceti medi cittadini.
Il suo socialismo, radicato nella tradizione riformista e nella pratica sindacale, guarda al Comune come al principale strumento di emancipazione: l’idea è che l’ente locale possa intervenire su servizi, lavoro, istruzione, rompendo il monopolio dei vecchi notabili liberali e dei blocchi d’interesse industriali.
Il 5 luglio 1914, poche settimane prima che l’Europa sprofondi nella guerra, a Torre Annunziata si tengono le elezioni amministrative, le prime dopo l’introduzione del suffragio quasi universale maschile.
Un grande manifesto stampato all’epoca, conservato come reliquia della vita civile cittadina, riporta, accanto a un lungo articolo sulle “cause della riuscita del Blocco” o della sua disfatta, l’elenco degli eletti al Consiglio comunale con a fianco le loro qualificate appartenenze politiche: radicali, socialisti, repubblicani, liberali, economico–industriali.
Tra i candidati socialisti, il nome di Fiore Vittorio svetta al primo posto con 2423 voti, il numero più alto della lista, a testimonianza di un consenso che attraversa i rioni popolari e parte della piccola borghesia urbana.
Il manifesto, tra le righe di un linguaggio ancora ottocentesco, lascia intuire la portata del terremoto politico: 6519 elettori iscritti, 4294 votanti, e una coalizione, quella socialista e repubblicana sostenuta dalla Camera del lavoro, capace di rovesciare i vecchi equilibri e di aprire le porte del Municipio ai rappresentanti del lavoro organizzato.
Molti anni dopo, nella rubrica “Andar per sindaci”, pubblicata negli Anni Settanta da “La voce della provincia” del Dott. Pasquale D’Amelio,  lo storico e giornalista Franco Pierro rievoca quella stagione definendo Fiore “primo sindaco dei lavoratori socialisti” di Torre Annunziata, eletto in una consultazione che vide contrapposti, da un lato, i partiti del passato regime e, dall’altro, una lista nuova formata da socialisti e repubblicani.
Pierro ricorda che il candidato preferito dai socialisti e guidati dalla Camera del lavoro, di cui era segretario generale l’avvocato Gino Alfani, fu proprio l’avvocato Vittorio Fiore, e descrive la sua elezione come il culmine di una “rapida ascesa” politica, in un tempo in cui pochi avevano potuto percorrere una simile carriera partendo da condizioni sociali così modeste.
Il giudizio di Pierro insiste sulle qualità morali: Fiore viene descritto come uomo “di elette e preclare doti di onesto amministratore”, che non ricava grandi vantaggi personali dall’incarico, e che vive di “sola professione e della fede socialista”, senza accumulare ricchezze né circondarsi di clientele.
È un ritratto che mette insieme la figura del professionista serio e quella del militante coerente, e che restituisce il clima di speranza che, nell’estate del 1914, attraversa la città: per la prima volta, il Comune sembra nelle mani di chi parla la lingua dei lavoratori, ne conosce i bisogni, ne condivide le fatiche.
Ma la storia non lascia molto tempo a quelle speranze: lo scoppio del conflitto mondiale, e poi l’ingresso dell’Italia in guerra, trasformano ben presto la Torre Annunziata operosa in una città sotto pressione, dove le fabbriche devono rispondere alle esigenze belliche e i braccianti vengono chiamati al fronte.
Per il sindaco Fiore, insediato da pochi mesi, l’amministrazione diventa una corsa a ostacoli: si moltiplicano le richieste degli industriali per garantire continuità produttiva, si acuiscono le tensioni salariali, esplodono scioperi e conflitti che mettono a rischio sia l’ordine pubblico sia la sopravvivenza delle famiglie dei lavoratori.
La guerra fa sentire il suo peso nelle strade e nelle case: i prezzi dei generi alimentari salgono, il pane scarseggia, le liste dei richiamati si allungano, e il Comune è costretto a intervenire con misure straordinarie, mentre la stampa cittadina, divisa politicamente, commenta ogni scelta dell’amministrazione socialista come se fosse un plebiscito continuo.
In questo clima, Fiore e i suoi collaboratori, tra cui spiccano proprio Gino Alfani e i dirigenti della Camera del lavoro, cercano di mantenere la barra dritta, sapendo che ogni concessione agli industriali può essere letta come tradimento dei lavoratori, e ogni vittoria sindacale come minaccia alla produzione e quindi alla “patria in armi”.
Per parlare direttamente alla città e difendere le proprie scelte, la giunta fa nascere un nuovo foglio: “L’Azione”, periodico quindicinale amministrativo, affidato alla penna di Cataldo Maldera.
Nel titolo, sobrio ma deciso, c’è l’idea di un Comune che non si limita a gestire, ma agisce, interviene, prende posizione: l’obiettivo è raccontare ai cittadini le delibere, spiegare i bilanci, illustrare le motivazioni delle decisioni, ma anche difendersi dagli attacchi dei giornali avversi e dai pamphlet dei vecchi notabili esautorati.
Su quelle colonne, il sindaco Fiore e i suoi collaboratori pubblicano bandi, comunicati, richiami alla disciplina, ma anche riflessioni sul ruolo dell’ente locale in tempi di guerra, sull’assistenza alle famiglie dei soldati, sulle forniture e sulla necessità di mantenere viva la partecipazione dei lavoratori alla vita pubblica.
È in questo contesto che “L’Azione” rende noto, in forma integrale, il testo di un documento destinato a rimanere nella memoria della città: il “Compromesso” del 13 gennaio 1915, firmato dagli industriali e dai rappresentanti dei braccianti in sciopero, sotto l’egida del sindaco.
Il documento si apre con una frase tipica degli atti amministrativi: “L’anno millenovecentoquindici, il giorno tredici del mese di gennaio nella Casa comunale di Torre Annunziata…”, a indicare che la sede della conciliazione è proprio il Municipio, trasformato da Vittorio Fiore in luogo di incontro tra le parti sociali.
Su invito del sindaco, assistito dal segretario comunale Gaetano De Pascale e dal delegato capo Nicola Stanziano, si riuniscono Francesco De Nicola fu Aniello, rappresentante dell’Associazione industriale, l’avvocato Gino Alfani in qualità di segretario generale e rappresentante della Camera del lavoro, e i dirigenti della lega braccianti: Giovanni Bernacchi, Capassi Vincenzo e Russo Filippo, membri del Comitato di agitazione.
Scopo della riunione, si legge nel testo, è “la soluzione dell’attuale conflitto determinato dallo sciopero verificatosi il giorno undici corrente”: uno sciopero improvviso, esploso due giorni prima, che ha paralizzato la produzione e reso urgente un tavolo di confronto per evitare l’escalation.
Il “Compromesso”, frutto di “ampie ed esaurienti discussioni”, come sottolinea il documento, definisce condizioni e impegni per entrambe le parti, fissando aumenti, orari, modalità di riammissione al lavoro, ed è pubblicato integralmente su “L’Azione” per dare ai cittadini la prova di una mediazione trasparente, condotta alla luce del sole.
In quella pagina c’è la sintesi del metodo Fiore: un sindaco che non si nasconde dietro le quinte, ma siede al centro del tavolo, affianca la Camera del lavoro, riconosce i braccianti come interlocutori legittimi, ma allo stesso tempo pretende che l’Associazione industriale assuma impegni chiari e pubblici.
È un socialismo municipale che non rinuncia al conflitto, ma lo porta dentro le regole istituzionali, trasformando il Comune in arena democratica dove il lavoro non è più soltanto oggetto di decisioni calate dall’alto, bensì soggetto che partecipa alla costruzione delle regole cittadine.
Attorno a Vittorio Fiore si muove un’intera generazione di militanti e dirigenti socialisti che, per alcuni anni, danno alla città il senso di un futuro diverso.
L’avvocato Gino Alfani, figura centrale, è il segretario generale della Camera del lavoro e, nel compromesso del 1915, rappresenta ufficialmente i lavoratori; la sua presenza accanto al sindaco testimonia un’alleanza profonda tra amministrazione comunale e movimento operaio, in cui il Comune diventa prolungamento istituzionale delle rivendicazioni sindacali.
Accanto ad Alfani e Fiore troviamo i segretari delle leghe bracciantili, come Giovanni Bernacchi, e membri del Comitato di agitazione quali Capassi Vincenzo e Russo Filippo, uomini che portano al tavolo la voce dei campi e degli stabilimenti, e che vedono per la prima volta riconosciuta, in un documento ufficiale, la propria rappresentanza.
Sono questi i protagonisti, spesso dimenticati, di quella “stagione di speranza” in cui Torre Annunziata vede aprirsi almeno uno spiraglio di emancipazione: un sindaco socialista, una Camera del lavoro forte, un ceto politico nuovo che parla la lingua dei quartieri popolari, mentre nella Casa comunale risuonano parole come “compromesso”, “accordo”, “diritti”.
La fotografia che ci resta di Vittorio Fiore, ripresa in abito scuro e papillon, con il volto pieno e lo sguardo diretto verso l’obiettivo, è quella di un professionista ormai maturo, sicuro di sé ma privo di ostentazione, più vicino alla figura del “notabile popolare” che a quella del politico di carriera.
Colorata in tempi recenti, l’immagine restituisce la dignità borghese conquistata attraverso lo studio e la fatica: dietro la camicia bianca e il nodo perfetto del papillon si intravede il ragazzo nato da madre sola, il figlio d’ignoto che, con pazienza e tenacia, ha costruito passo passo il proprio posto nel mondo.
Franco Pierro, nel suo profilo, sottolinea come Fiore non abbia avuto “grandi fortune” nella vita, ma sia stato riconosciuto da tutti come amministratore onesto, alieno dalla ricerca di vantaggi personali, capace di lasciare un segno soprattutto morale nella città.
Morto “in età non avanzata”, dopo aver dedicato le energie residue alla famiglia e alla professione, viene ricordato come padre affettuoso, marito di Felicia, uomo che “vive della sola professione e della fede socialista” e che, pur costretto a misurarsi con una stagione storica ingrata, non rinuncia mai alla coerenza delle proprie convinzioni.
L’atto di morte, redatto nella Casa comunale di Torre Annunziata e datato 23  aprile del 1929 registra in modo asciutto la fine di questa parabola: il decesso di Vittorio Fiore, avvocato, residente in città, marito di Felicia Cirillo, comunicato da testimoni che lo hanno visto spegnersi in una casa di via Dante, a solo cinquantadue anni.
Il documento, come tutti gli atti civili, tace sulle emozioni: non dice del dolore di Felicia, dei figli che perdono il padre, degli amici e compagni di lotta che vedono svanire una delle figure più significative del socialismo municipale torrese; ma basta leggere tra le righe delle testimonianze successive per capire che la sua uscita di scena lascia un vuoto profondo.
In una città che, negli anni successivi, vedrà affermarsi il regime fascista, con il suo carico di repressione contro le organizzazioni dei lavoratori e i loro dirigenti, il nome di Fiore scivola ai margini, sopravvive soprattutto nella memoria orale delle famiglie operaie e nelle carte ingiallite dei registri comunali.
Solo più tardi, grazie al lavoro di studiosi e appassionati, e alla paziente ricerca negli archivi, la sua figura torna alla luce: non come monumento retorico, ma come biografia concreta, fatta di atti di nascita, di matrimonio, di morte, di verbali di riunioni, di compromessi sindacali, di voti popolari, di fotografie salvate dal tempo.
La vita di Vittorio Fiore, dalla nascita di figlio d’ignoto alla poltrona di sindaco socialista negli anni della Prima guerra mondiale, racconta, più di molte analisi astratte, cosa significhi per una città “molto operosa” affidarsi alla propria classe lavoratrice.
In lui si intrecciano la storia di una madre che sfida le convenzioni per riconoscere il proprio bambino, quella di una giovane donna nata ad Alessandria d’Egitto che porta in dote un orizzonte mediterraneo, quella di un gruppo di socialisti, da Gino Alfani a Bernacchi, da Capassi a Filippo Russo, da Francesco Papa a Andrea Merluzzo, che trasformano il Comune in casa comune dei lavoratori.
Il suo nome continua a parlare oggi alla Torre Annunziata del nuovo secolo: ricorda che la politica può nascere dal basso, che un figlio del popolo può guidare una città, che persino negli anni durissimi della guerra è possibile cercare compromessi che non siano resa, ma conquista di dignità per chi lavora.
E al tempo stesso invita a non dimenticare che queste storie, se non vengono raccontate, rischiano di dissolversi: ogni atto d’archivio, ogni fotografia, ogni manifesto elettorale diventa allora un tassello di memoria, e chi oggi li rilegge e li intreccia in un racconto li restituisce alla comunità, perché Vittorio Fiore e i suoi compagni socialisti e radicali continuino a dare, almeno in forma di esempio, quella speranza che un giorno portarono nella Casa comunale di Torre Annunziata.


venerdì 19 giugno 2026

Rocco Caraviello, un torrese nella Resistenza: memoria di un antifascista ucciso il 19 giugno 1944



 Il 19 giugno è una data che merita di essere custodita con rispetto e riconoscenza, perché in quel giorno del 1944 venne ucciso a Firenze Rocco Caraviello, nato a Torre Annunziata il 21 ottobre 1906, operaio comunista e antifascista della prima ora. La sua vicenda umana e politica appartiene pienamente alla storia della Resistenza italiana, ma parla in modo speciale anche alla nostra città, perché racconta il coraggio di un torrese che non si piegò mai alla violenza del fascismo.

Rocco Caraviello aveva conosciuto molto presto la militanza politica e l’impegno antifascista, fino a diventare segretario per la Campania della Federazione giovanile comunista. Durante la dittatura fu arrestato più volte, sorvegliato, ostacolato, e la sua opposizione al regime gli rese difficile perfino trovare lavoro nella sua terra. Anche per questo, nel 1936, si trasferì con la famiglia a Firenze, dove cercò non soltanto una possibilità di sopravvivenza, ma anche un nuovo spazio per continuare la sua battaglia ideale.

Nella città toscana Rocco riprese subito a tessere relazioni con operai e compagni, partecipando alla riorganizzazione clandestina dell’antifascismo. Dopo il 25 luglio 1943 si dedicò apertamente all’organizzazione, alla propaganda e all’agitazione politica, e dopo l’occupazione tedesca tornò nell’illegalità per preparare la lotta armata contro i nazifascisti, distinguendosi nell’organizzazione dei primi GAP fiorentini. Fu una scelta rischiosa, totale, compiuta da un uomo che aveva già conosciuto persecuzioni e privazioni, ma che non rinunciò mai alle proprie convinzioni.

Il 19 giugno 1944 Rocco Caraviello cadde nelle mani delle S.S. italiane e fu barbaramente ucciso a Firenze. Una fonte dedicata alla memoria della Resistenza fiorentina ricorda che venne condotto nei pressi del Chiasso del Buco e colpito alla testa, nel pieno di una feroce repressione che in quei giorni investì anche la sua famiglia e i suoi compagni. In quella stessa tragedia furono colpiti anche la moglie Maria Penna Caraviello, che lo aveva affiancato nella lotta clandestina, e un cugino, Bartolomeo, in una pagina tra le più dolorose della Resistenza toscana.

Il nome di Rocco Caraviello è rimasto vivo nei luoghi della memoria di Firenze: è ricordato tra i partigiani fiorentini, nel sacrario di Rifredi, e un monumento ne conserva il sacrificio insieme a quello dei suoi cari. Esiste anche una via intitolata a Rocco Caraviello nell’area del monumento dedicato a Cox e Penna Caraviello, segno concreto di un ricordo che il tempo non ha cancellato.

Ma il suo ricordo deve restare vivo anche a Torre Annunziata, la città dove era nato e dove aveva formato la propria coscienza politica e civile. Ricordare oggi Rocco Caraviello non significa soltanto onorare un martire dell’antifascismo, ma restituire alla storia torrese una figura esemplare di lavoratore, militante e uomo libero, che pagò con la vita la propria fedeltà agli ideali di giustizia e libertà. In giornate come questa, la memoria non è un esercizio retorico: è un dovere morale verso chi ha lottato perché l’Italia potesse tornare libera

lunedì 8 giugno 2026

Don Paolo Guidone, un artigiano della dolcezza oplontina





Immagine concessa da Giovanni Guidone

A Torre Annunziata, per molti anni, il nome di Paolo Guidone è stato legato alla buona pasticceria e ai dolci delle grandi occasioni. 
Il suo laboratorio era un punto di ritrovo discreto ma costante nella vita quotidiana della città, soprattutto nelle domeniche e nelle feste comandate, quando una torta o un vassoio di pasticcini segnavano davvero il clima di festa.
Il vecchio ritaglio di giornale che pubblichiamo oggi lo ricorda come uno dei pasticcieri più stimati del suo tempo, capace di portare il suo lavoro ben oltre i confini cittadini. 
L’articolo elenca, uno dopo l’altro, i diplomi e i riconoscimenti ottenuti alle grandi esposizioni nazionali e internazionali dell’epoca: manifestazioni dove la presenza di un artigiano di Torre Annunziata rappresentava motivo di orgoglio per tutta la comunità. 
Dietro quei titoli stampati in bella vista c’era una professionalità costruita giorno per giorno, tra profumo di zucchero, forno acceso e tanta pazienza. 
Nei racconti di anni fa si ricordava ancora le sue specialità preparate con cura, le vetrine ordinate, l’attenzione ai dettagli che rendeva ogni dolce adatto a battesimi, comunioni, matrimoni e ricorrenze familiari. 
 Nel laboratorio Guidone sono passati anche giovani apprendisti che hanno imparato il mestiere e hanno contribuito, nel tempo, a mantenere viva la tradizione dolciaria oplontina. 
Oggi questo articolo ingiallito ci restituisce l’immagine di un artigiano serio, che con il proprio lavoro ha saputo dare dignità e visibilità alla nostra città in anni in cui non era scontato uscire dall’anonimato. 
 Ricordare don Paolo Guidone significa restituire un volto a quella Torre Annunziata operosa, fatta di botteghe, mestieri e persone che, senza clamore, hanno costruito una parte importante della nostra memoria collettiva. 


venerdì 27 marzo 2026

Quando il cielo si tinse di lutto: Torre Annunziata ricorda i caduti di Cagliari

"Corriere dello sport " 1953, 18 febbraio

Il 26 gennaio 1953 un aereo di linea decollato dall’aeroporto di Cagliari e diretto a Roma si schiantò pochi minuti dopo il decollo sulle alture di Sinnai, in Sardegna. Morirono tutte le persone a bordo, in una tragedia che colpì profondamente il Paese e il mondo sportivo, perché su quella rotta viaggiavano spesso squadre e arbitri diretti o di ritorno dalle trasferte con il Cagliari.

Tra le storie che emergono da quella giornata c’è quella del Fanfulla, squadra lombarda impegnata in campionato contro il Cagliari. La formazione lodigiana, per ragioni organizzative decise all’ultimo istante, cambiò volo e non salì sull’apparecchio poi precipitato: una scelta che salvò la vita a giocatori e tecnici, lasciando però un’ombra di dolore per le vittime che su quell’aereo persero la vita.

La notizia della sciagura e del coinvolgimento di dirigenti e addetti ai lavori legati al mondo calcistico fece presto il giro d’Italia, raggiungendo anche Torre Annunziata. 

Qui la sezione arbitri AIA “F. Santucci” decise di farsi promotrice di un momento pubblico di raccoglimento, per ricordare i caduti di Cagliari e testimoniare la vicinanza della città alle famiglie colpite.

Come documenta un trafiletto del “Corriere dello Sport”del 18 febbraio, fu organizzata una solenne cerimonia religiosa nella chiesa della Parrocchia dell’Immacolata, con una messa di Requiem celebrata alle ore 10 del giorno 26 febbraio, trigesimo della tragedia. 

L’AIA torrese invitò ufficialmente tutte le associazioni sportive cittadine e gli sportivi di Torre Annunziata, trasformando il rito in un vero gesto collettivo di memoria.

La risposta della cittadinanza fu imponente: arbitri, dirigenti, atleti, semplici cittadini riempirono la parrocchia, portando il lutto di Sinnai dentro il cuore della comunità oplontina. 

In anni in cui i viaggi per seguire una partita potevano trasformarsi, come in quel gennaio del 1953, in tragedia, gli associati torresi scelsero di non dimenticare. Con la loro iniziativa, diedero voce a un cordoglio nazionale e misero al centro il valore umano di chi, per passione sportiva, affrontava lunghi e talvolta rischiosi spostamenti.

Giuseppe Pappalettera, il "Peppone" del Savoia.

È morto Giuseppe Pappalettera, il “Peppone” del Savoia che conquistò la Serie C. Aveva 86 anni.  Difensore di grande temperamento, fu protag...